Istituto di economia

Economia internazionale
Paul R. Krugman, Maurice Obstfeld

 

Nicoletta Corrocher
New economy e commercio internazionale

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1) Introduzione

Il termine new economy viene frequentemente utilizzato per indicare un modello di crescita non inflattivo basato su investimenti ingenti in nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) e sulla riconfigurazione dell’economia conseguente all’emergere di queste tecnologie (OECD, 2001a, 2001b, 2001c). Spesso il concetto di new economy viene associato all’avvento di Internet e del commercio elettronico; tuttavia l’identificazione della new economy con la nozione di Internet economy (University of Texas and Cisco Systems, 2001 ) è alquanto restrittiva. Gli effetti della new economy in termini di commercio e investimenti riguardano non solo i settori appartenenti al comparto ICT, ma anche i settori manifatturieri e di servizi che utilizzano tali tecnologie. In questo senso, il ruolo della new economy può essere valutato in modo esaustivo, analizzando le ricadute di tale fenomeno sull’economia nel suo complesso, ovvero le esternalità positive esso produce. La new economy rappresenta un processo di cambiamento strutturale, in quanto la diffusione delle ICT è destinata ad avere un effetto di lungo periodo sul comportamento economico di produttori e consumatori in tutti i settori dell’economia, in termini di produzione, commercio, investimenti e occupazione.

Ai fini dell’analisi della relazione fra la new economy e il commercio internazionale è utile fornire una breve descrizione delle caratteristiche più rilevanti del fenomeno (OECD, 2001b). Innanzitutto, con l’avvento della new economy si è assistito a una progressiva perdita di importanza dei concetti di geografia, distanza e tempo. I costi di transazione per i consumatori e per le imprese si sono rapidamente ridotti, a causa dell’eliminazione di alcune fasi dell’interazione fra acquirenti e venditori. In questo contesto, l’impatto più significativo si è avuto con lo sviluppo del commercio elettronico, che ha consentito una parziale riduzione delle barriere all’entrata nei diversi mercati. Questo fenomeno ha importanti implicazioni sia a livello di impresa, poiché le piccole imprese e le multinazionali possono competere nel mercato globale, sia a livello di paese, in quanto i paesi più arretrati hanno l’opportunità di superare alcuni ostacoli, in termini di infrastrutture di trasporto e comunicazione e di risorse, che hanno da sempre limitato il loro potenziale di crescita nel passato. In secondo luogo, all’interno della nuova configurazione dell’economia, le industrie di servizi, soprattutto il settore della finanza e le telecomunicazioni, ma anche la logistica, l’educazione, l’energia e i trasporti hanno un ruolo sempre più rilevante, in quanto contribuiscono a creare un’infrastruttura globale di supporto all’economia mondiale. Quest’infrastruttura agevola il progresso e la ristrutturazione delle industrie esistenti e lo sviluppo di nuovi settori. Infine, la nuova economia è knowledge-based, nel senso che le informazioni e la conoscenza costituiscono le risorse fondamentali per acquisire competitività: rispetto ai tradizionali fattori di produzione - terra, lavoro e capitale - l’informazione e la conoscenza sono meno vincolate al contesto, per quanto riguarda le loro capacità di crescita. L’economia moderna basata sulla conoscenza non sostituisce le attività economiche già esistenti, ma cambia progressivamente le modalità e la dimensione spazio-temporali attraverso cui i beni e i servizi sono prodotti e commercializzati all’interno di uno stesso paese e fra paesi diversi. Le applicazioni ICT influenzano in modo significativo la struttura dei costi e la competitività relativa di singole imprese e di interi settori; inoltre il mercato elettronico consente un accesso più semplice e più diffuso a tecnologie, informazioni e know-how. Questa trasformazione si riflette nella possibilità di reperire risorse e competenze da ogni parte del mondo, nelle modalità di integrazione della produzione in orizzonti spazio-temporali differenti, nel modo in cui l’informazione sulla qualità di beni e servizi, sui costi (e sui prezzi) e sui mercati può essere condivisa istantaneamente a livello globale. Nonostante sia appropriato parlare dell’emergere di una new economy e delle trasformazioni che essa comporta, è opportuno ricordare in questa sede che la maggior parte del prodotto interno lordo dei paesi è ancora ascrivibile alle industrie tradizionali. Questo vale soprattutto per i paesi più arretrati e comporta importanti implicazioni riguardanti le priorità di sviluppo e di commercio a livello nazionale. Esiste quindi una relazione biunivoca fra l’economia tradizionale e la new economy, sia dal lato dell’offerta, con il continuo scambio di informazioni e la nascita di numerosi accordi fra imprese appartenenti a settori tradizionali e nuovi operatori, sia dal lato della domanda, laddove è presente richiesta crescente di applicazioni innovative che vengono utilizzate per migliorare l’efficienza dell’attività d’impresa.

Fino ad oggi, gli studi sulla new economy si sono focalizzati prevalentemente sul ruolo e sull’evoluzione del settore ICT. Questa scelta presenta alcuni problemi di carattere metodologico nel momento in cui si intende analizzare la relazione fra new economy, crescita, commercio internazionale. Innanzitutto, nonostante la crescita pronunciata del settore ICT, sono soprattutto le esternalità positive del fenomeno in esame a renderlo così rilevante. Secondariamente, le ICT non sono più così nuove: il computer è stato inventato nel 1946 e il transistor nel 1948; il primo satellite è stato lanciato nel 1962, microprocessori e smart card sono apparsi nel 1974 e Internet è stato il risultato di ricerche scientifiche iniziate negli anni ’60. In realtà, il carattere innovativo della new economy consiste prevalentemente nello sviluppo continuo di nuove applicazioni attraverso la combinazione delle tecnologie esistenti. Questo processo trova la sua principale determinante nell’esistenza di effetti di network, illustrati dalla legge di Metcalfe, secondo la quale una rete ha tanto più valore quanto più grande è il numero di utenti a essa connessi. Esemplificando, se una rete è formata da n individui e se il valore che ciascuno di essi assegna alla rete è proporzionale al numero degli altri utenti della rete, allora il valore totale della rete è proporzionale a n(n-1). Questo principio vale tanto per le reti fisiche - come la rete telefonica o quella composta da modem compatibili - quanto per quelle virtuali - come la rete di utenti di un software (Shapiro e Varian, 1999) (Approfondimento: Esternalità di rete). Infine, l’analisi empirica dei flussi di commercio legati alla new economy è complicata dalla difficoltà di misurare gli effetti della diffusione dell’ICT nell’economia e negli scambi commerciali in particolare, cosicchè è possibile misurare il commercio di beni e servizi legati all’ICT, ma non le transazioni generate indirettamente da queste nuove tecnologie.

Se è vero che il settore ICT è solo uno dei motori dell’innovazione e dell’emergere della new economy, tuttavia è opportuno sottolineare che non tutti i settori più avanzati in termini di sviluppo tecnologico hanno un effetto simile sull’economia e sulla società e che non tutti possono essere considerati come determinanti della riconfigurazione della struttura economica. Pertanto, limitare l’analisi dell’effetto della new economy sul commercio internazionale al settore ICT, pur con le problematiche sopra delineate, non riflette necessariamente una visione ristretta del fenomeno ed è altresì motivata da alcune importanti questioni metodologiche. Innanzitutto, i dati esistenti sul commercio internazionale non consentono di cogliere con precisione i cambiamenti nella struttura del commercio e di individuare i flussi commerciali complessivi relativi alle nuove tecnologie e ai nuovi prodotti. Secondariamente, le nuove tecnologie diverse dalle ICT, ad esempio biotecnologie e nuovi materiali, sono utilizzate in prodotti e settori assai diversi fra loro e non possono essere facilmente individuate nelle statistiche. In terzo luogo, i dati disponibili sul commercio non consentono di identificare quali prodotti siano effettivamente innovativi: l’attività di ricerca e sviluppo è volta non solo a sviluppare nuovi prodotti, ma anche a migliorare la qualità e le caratteristiche dei prodotti esistenti e ciò implica che il progresso tecnologico non sempre genera cambiamenti nella classificazione dei prodotti utilizzata nelle statistiche ufficiali, rendendo impossibile distinguere i nuovi prodotti dai prodotti esistenti (OECD, 2001c).

2) New economy e commercio internazionale: alcune considerazioni generali

consideriamo l’evidenza empirica, il settore ICT appare fra i settori a più elevata crescita in termini di commercio negli ultimi dieci anni, con un tasso di crescita del 98.5%, rispetto al 57.8% di tutta l’industria manifatturiera aggregata). Un’analisi dettagliata sulle tipologie di prodotti rivela che le tre categorie che compongono il settore ICT – radio, television and communication equipment; electrical machinery and apparatus; office accounting and computing machinery - sono cresciute in modo sostanziale (Tabella 1).

Tabella 1 Crescita nelle esportazioni per settore industriale

Categoria industriale

ISIC code Crescita 90-98 CAGR 90-98
PHARMACEUTICALS 2423 145,5% 11,9%

RADIO, TELEVISION AND COMMUNICATION EQUIPMENT

32 131,2% 11,0%

ELECTRICAL MACHINERY AND APPARATUS, NEC

31 100,9% 9,1%

OFFICE, ACCOUNTING AND COMPUTING MACHINERY

30 85,2% 8,0%

RUBBER AND PLASTICS PRODUCTS

25 68,9% 6,8%

OTHER TRANSPORT EQUIPMENT

35 68,1% 6,7%

MEDICAL, PRECISION AND OPTICAL INSTRUMENTS, WATCHES AND CLOCKS

33 66,2% 6,6%

MOTOR VEHICLES, TRAILERS AND SEMI-TRAILERS

34 62,2% 6,2%

CHEMICALS AND CHEMICAL PRODUCTS

24 62,1% 6,2%

FURNITURE; MANUFACTURING, N.E.C.

36 60,8% 6,1%

TOTAL MANUFACTURING

15-37 57,8% 5,9%

PUBLISHING, PRINTING AND REPRODUCTION OF RECORDED MEDIA

22 56,9% 5,8%

WOOD AND PRODUCTS OF WOOD AND CORK

20 52,9% 5,5%

FABRICATED METAL PRODUCTS, except machinery and equipment

28 52,0% 5,4%

CHEMICALS, excluding pharmaceuticals

24ex2423 46,6% 4,9%

MACHINERY AND EQUIPMENT, N.E.C.

29 46,0% 4,8%

OTHER NON-METALLIC MINERAL PRODUCTS

26 41,5% 4,4%

FOOD PRODUCTS AND BEVERAGES

15 39,8% 4,3%

TEXTILES

17 37,0% 4,0%

LEATHER, LEATHER PRODUCTS AND FOOTWEAR

19 29,8% 3,3%

PAPER AND PAPER PRODUCTS

21 26,3% 3,0%

BASIC METALS

27 26,3% 3,0%

TOBACCO PRODUCTS

16 24,6% 2,8%

COKE, REFINED PETROLEUM PRODUCTS AND NUCLEAR FUEL

23 -10,5% -1,4%

WEARING APPAREL, DRESSING AND DYEING OF FUR

18 -64,1% -12,0%

Source: OECD, STAN database

Il commercio relativo ai servizi legati al settore ICT è cresciuto ancora più rapidamente: fra il 1992 e il 1998, si è passati da 11.6 miliardi di dollari a 28.8 miliardi di dollari per i paesi dell’OECD, con un tasso di crescita del 148%, rispetto a una crescita media del 32% negli altri settori di servizi. La quota del commercio ICT sul commercio totale varia considerevolmente fra paesi: in alcuni - ad esempio Irlanda e Corea del Sud - tale quota supera il 30%, mentre in altri essa rimane inferiore al 10%. La quota media si attesta su un valore di 17%, ma la mediana è del 12%: ciò suggerisce la presenza di differenze significative nelle quote del commercio ICT sul commercio complessivo dei singoli paesi. La percentuale delle esportazioni di servizi legati all’ICT sul totale delle esportazioni di servizi è invece ancora limitata, anche se crescente (dal 2.7% del 1992 al 4% del 1998).

Nonostante esista una forte relazione fra l’attività del settore ICT e la velocità del progresso tecnologico, è opportuno sottolineare che l’esistenza di un settore ICT avanzato non necessariamente rappresenta una condizione sufficiente per l’avvio e la sostenibilità di un processo di crescita (anche commerciale) basato sulle nuove tecnologie. Innanzitutto, la presenza in un paese di imprese produttrici di hardware non è così importante per gli utenti quanto la presenza di produttori di software o di fornitori di servizi, i quali rappresentano una risorsa fondamentale sia per le imprese, che necessitano di competenze e consulenza per implementare cambiamenti organizzativi e tecnologici legati all’ICT, sia per i consumatori, che richiedono formazione per migliorare il loro livello di alfabetizzazione informatica. Secondariamente, la produzione di queste tecnologie è fortemente concentrata, a causa delle elevate barriere all’entrata e delle economie di scala che caratterizzano i comparti hardware dell’ICT (soprattutto la produzione di sistemi di telecomunicazioni e hardware informatico): ciò significa che pochi paesi possono beneficiare di un vantaggio competitivo in quest’area. A riprova del fatto che un settore ICT avanzato non necessariamente è legato a un’elevata diffusione delle nuove tecnologie, è interessante notare che alcuni paesi, che sono caratterizzati da un alto tasso di investimenti in ICT e da un diffuso utilizzo di tali tecnologie, hanno una produzione di ICT non molto sviluppata. Al contrario, paesi con una produzione di ICT sviluppata non sono fra quelli che hanno registrato la crescita più alta negli anni ‘90. La produzione di ICT rappresenta il 3% del valore aggiunto del settore manifatturiero in Irlanda e il 2% in Finlandia, paesi in cui la produttività è cresciuta notevolmente (fra il 4% e il 5%), ma Australia, Canada e Danimarca hanno registrato una crescita rilevante nella produttività, pur avendo un settore ICT nazionale di dimensioni relativamente ridotte, mentre il Giappone, che può beneficiare di un elevato tasso di produzione nel settore ICT, ha evidenziato una bassa crescita della produttività (OECD, 2001a). Da questi dati si può desumere come l’aspetto rilevante non sia il commercio in prodotti ICT, ma piuttosto il commercio in beni e servizi resi disponibili dalla diffusione di ICT all’interno dell’economia. Le esportazioni di ICT non rappresentano una condizione sufficiente per il successo commerciale o per la crescita, mentre le importazioni di prodotti ICT appaiono più importanti per le prospettive commerciali di un paese. Gli effetti della diffusione di ICT sul commercio includono sia guadagni di produttività - con le conseguenti ricadute sui prezzi e sui volumi scambiati – sia facilitazioni nel commercio (ad esempio l’utilizzo di mezzi di comunicazione e la semplificazione delle transazioni commerciali).

Se la diffusione delle ICT incentiva il commercio, o attraverso l’aumento di produttività, oppure attraverso l’introduzione di facilitazioni nel commercio, i paesi che mostrano un livello di spesa elevato in queste tecnologie dovrebbero registrare una forte crescita sia nelle importazioni, sia nelle esportazioni, nonché un elevato grado di apertura del mercato: l’analisi dell’andamento delle esportazioni permette di esaminare se e in che misura la spesa in ICT crea nuove opportunità di commercio e apre l’accesso a nuovi mercati. La Tabella 2 mostra che i paesi in cui la spesa in ICT è aumentata fortemente, sono anche quelli che registrano una forte crescita nel commercio. Tuttavia, l’esempio della Grecia mostra che una spesa elevata in ICT non garantisce un parallelo incremento nel commercio e nelle esportazioni. Inoltre, paesi come il Messico, il Canada e la Spagna, in cui gli investimenti in ICT sono stati nel tempo relativamente bassi, hanno registrato risultati commerciali eccellenti. In generale quindi è possibile affermare che non esiste una relazione precisa fra la posizione dei paesi in termini di spesa ICT e la performance commerciale.

Tabella 2 Crescita della spesa e del commercio in ICT

Paese Crescita nella spesa ICT 1992-1999 Crescita nelle esportazioni 1993-1999 Crescita nel commercio di beni 1993-1999
Turchia Alta Alta Media
Grecia Alta Bassa Bassa
Portogallo Alta Media Media
Polonia Alta Alta Alta
Irlanda Alta Alta Alta
Finlandia Alta Alta Alta
Repubblica Ceca Alta Alta Alta
Ungheria Alta Alta Alta
Norvegia Media Media Bassa
Danimarca Media Bassa Bassa
Regno Unito Media Media Media
Stati Uniti Media Media Alta
Giappone Media Bassa Bassa
Olanda Media Bassa Bassa
Australia Media Bassa Media
Nuova Zelanda Media Bassa Bassa
Messico Bassa Alta Alta
Spagna Bassa Alta Alta
Italia Bassa Bassa Bassa
Austria Bassa Media Media
Germania Bassa Media Bassa
Francia Bassa Media Bassa
Belgio Bassa Media Media
Canada Bassa Alta Alta
Svizzera Bassa Bassa Bassa
Svezia Bassa Media Media

Fonte: OECD (2001) su dati IDC

La relazione fra crescita nella spesa in ICT e la crescita nel commercio può essere analizzata secondo due diverse prospettive: da un lato, elevati investimenti in prodotti e servizi legati all’ICT potrebbero condurre a migliori risultati commerciali; dall’altro, la crescita commerciale potrebbe aumentare la necessità di investimenti in ICT. I vantaggi competitivi derivanti dagli investimenti in ICT non necessariamente si rendono visibili nel breve periodo, poichè esiste un ritardo fra lo sviluppo di tecnologie, la loro diffusione e la manifestazione del loro impatto su altre attività produttive, causato da fattori quali la mancanza di flessibilità del mercato del lavoro, la necessità di investire in formazione ed educazione, l’esistenza di barriere tariffarie e non tariffarie (ad esempio standard tecnologici) al commercio. Inoltre, l’evidenza empirica mostra che intercorre un lasso di tempo prima che i benefici in termini di produttività si traducano in un aumento di esportazioni e nel raggiungimento di quote di mercati esteri più ampie. Ad oggi, il periodo di tempo trascorso dall’introduzione dell’ICT nel ciclo produttivo è troppo breve per comprendere se effettivamente la spesa in queste tecnologie sia stata la determinante principale dei buoni risultati commerciali dei paesi.

Un’interessante questione connessa a quanto appena evidenziato concerne la relazione fra il livello di spesa in ICT e il grado di apertura di un’economia. Uno dei fattori principali che hanno contribuito a promuovere l’innovazione tecnologica e l’incremento di produttività che ne deriva è stata l’apertura dei mercati. La riduzione delle barriere tariffarie, l’eliminazione delle barriere non tariffarie, e la liberalizzazione dei mercati dei capitali hanno aperto importanti opportunità di commercio e investimenti. L’apertura dei mercati aumenta la dimensione dei mercati disponibili alle imprese che innovano e ai consumatori, e allo stesso tempo facilita la diffusione della conoscenza, delle tecnologie e delle nuove attività produttive (OECD, 2001a). L’apertura dei mercati può inoltre contribuire a ridurre i costi, attraverso un’ ulteriore liberalizzazione delle tariffe del commercio in prodotti ICT: tale politica incoraggia l’adozione di standard internazionali che proteggono sia i consumatori, che beneficiano della presenza di tecnologie compatibili, sia le imprese, che sviluppano nuovi prodotti basati su piattaforme tecnologiche standardizzate e quindi facilmente commerciabili. Come verrà più avanti sottolineato, politiche commerciali ad hoc possono anche accelerare lo sviluppo del commercio elettronico rimuovendo alcuni delle incertezze che esistono oggi. La Tabella 3 illustra il valore della spesa in ICT e del commercio totale rispetto al PIL e mostra l’esistenza di una relazione fra l’apertura dei mercati e l’investimento in nuove tecnologie.

Tabella 3 Spesa in ICT e commercio sul PIL

Paese Spesa ICT su PIL - 1999 Commercio su PIL – 1999
Turchia 4,5% 36%
Grecia 4,5% 29%
Portogallo 5,3% 56%
Polonia 5,4% 47%
Irlanda 5,8% 125%
Finlandia 6,8% 57%
Ungheria 8,2% 110%
Norvegia 6,8% 52%
Danimarca 7,5% 53%
Regno Unito 7,9% 41%
Stati Uniti 8% 19%
Giappone 8,1% 17%
Olanda 8,2% 86%
Australia 8,8% 30%
Nuova Zelanda 10,7% 48%
Messico 3,5% 58%
Spagna 4,3% 43%
Italia 4,8% 39%
Austria 5,7% 62%
Germania 6,4% 48%
Francia 6,8% 42%
Canada 8,7% 72%
Svizzera 8,8% 62%
Svezia 9,3% 63%

Fonte: OECD (2001)

L’analisi della relazione fra la new economy e lo sviluppo delle esportazioni a livello di impresa e di paese evidenzia come l’ICT contribuisca a rimuovere le barriere spaziali e temporali al commercio. Con l’avvento di Internet i confini rilevanti non sono più fra diversi paesi, ma piuttosto fra gli individui che sono connessi alla rete e quelli che non lo sono. L’effetto sul commercio della diffusione di tecnologie che esibiscono costi progressivamente più bassi è duplice. Da una lato, le imprese di alcuni settori che in precedenza non partecipavano alla competizione internazionale sono ora costrette a confrontarsi con i produttori stranieri: di conseguenza il commercio internazionale di beni e servizi, che prima dell’avvento della new economy era troppo costoso scambiare, sta diventando relativamente economico, comportando una diversificazione più pronunciata del commercio. D’altro lato, la riduzione dei costi delle tecnologie sta creando una domanda che prima non esisteva, sia perché era tecnicamente impossibile acquistare e vendere alcuni beni e servizi (ad esempio i libri elettronici), sia perché la diffusione di nuove tecnologie ha determinato l’insorgere di nuove esigenze (ad esempio programmi di formazione in tecnologie informatiche).

In questo contesto, si deve ricordare che le ICT hanno un ciclo di vita molto breve, in quanto il progresso tecnico procede a ritmi incessanti, generando continuamente nuove applicazioni e nuove piattaforme tecnologiche. Questa caratteristica incoraggia le imprese a sfruttare il loro prodotto più velocemente possibile e a competere in mercati di ampie dimensioni, cercando di incrementare le loro esportazioni. Inoltre il costo marginale di produzione per alcuni beni e servizi legati all’ICT è praticamente nullo (si pensi al downloading di un documento da Internet, o alla riproduzione gratuita di file di audio e video): ciò implica che i costi di produzione non variano al variare del volume di produzione (Shapiro e Varian, 1999). Se il costo marginale è nullo, l’esportazione dei prodotti diventa particolarmente profittevole, poiché non è più necessario ottenere economie di scala nel mercato locale prima di poter competere in modo efficiente nei mercati esteri. Il commercio in ICT e nei prodotti e servizi connessi è determinato in modo fondamentale dal miglioramento delle tecnologie esistenti: la sfida a livello di paese e a livello di impresa è quella di creare quindi nuova domanda e di generare continue innovazioni tecnologiche.

Esistono quindi una serie di fattori che contribuiscono all’espansione del commercio direttamente o indirettamente legato all’ICT: il progresso tecnologico, l’accesso alle nuove tecnologie e le conseguenti esternalità di network assicurano una graduale espansione del commercio legato alla new economy. Da un lato, il progresso tecnico rende possibile sviluppare nuove applicazioni commerciali basate sulle nuove tecnologie, espandendone gli effetti di rete, soprattutto finché tale progresso determina prezzi più bassi per la medesima tecnologia, oppure una migliore performance a prezzi costanti. Le innovazioni tecnologiche e gli investimenti nello sviluppo di sistemi sicuri di pagamento consentiranno ad esempio di incrementare le vendite on-line e avranno quindi effetti positivi sul commercio. Dall’altro, l’accesso alle nuove tecnologie è essenziale per la diffusione degli effetti positivi dell’ICT sul commercio: non solo le imprese devono poter accedere a queste tecnologie per implementare il commercio elettronico business-to-business, ma anche i consumatori devono poter sfruttare le nuove applicazioni, in modo che si possa sviluppare il commercio elettronico business-to-consumer.

3) L’ampliamento del commercio internazionale a livello di paese e di impresa

La crescente importanza dell’ICT nell’economia influenza la dimensione e la natura del commercio, facilitando l’attività commerciale delle piccole e medie imprese e dei paesi in via di sviluppo ma, al tempo stesso, generando alcune importanti questioni concernenti il ruolo dei diversi paesi e delle diverse imprese nel commercio internazionale. Se ci si sofferma sulla relazione fra new economy e partecipazione al commercio internazionale di paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, emergono interessanti spunti di riflessione. In linea di principio, la new economy dovrebbe rafforzare l’integrazione economica, in quanto le nuove tecnologie facilitano il commercio e creano nuove opportunità per paesi che erano precedentemente esclusi dal commercio internazionale. D’altro canto però esiste il rischio di un digital divide fra diversi paesi: senza le tecnologie e le infrastrutture necessarie, i paesi più svantaggiati sono minacciati dalla possibile esclusione dai flussi di commercio e di investimenti. Approfondimento: Il digital divide

Nell’ultimo decennio, l’area geografica che ha registrato la crescita maggiore nelle esportazioni di beni è stata l’America Latina (con un tasso di crescita dell’8% annuo fra il 1990 e il 1999), seguita dal Nord America e dall’Asia (7% annuo), mentre le esportazioni di Europa, Medio Oriente e Africa sono cresciute a tassi molto più contenuti. Di conseguenza, le prime tre regioni hanno visto la quota delle proprie esportazioni sul commercio mondiale salire, mentre le altre tre hanno registrato una riduzione nella loro quota. Pertanto il commercio è cresciuto in tutte le aree geografiche, ma non tutte le regioni ne hanno beneficiato in modo uguale. Inoltre è interessante capire se la partecipazione di un numero crescente di paesi al commercio di nuove tecnologie effettivamente riflette una maggiore integrazione commerciale. A questo scopo, può essere utile guardare ai flussi commerciali di beni e servizi legati all’ICT per paesi e confrontarli con i pattern di commercio complessivo. Da due decenni, Stati Uniti e il Giappone detengono la leadership nelle esportazioni ICT, mentre gli altri paesi hanno subito notevoli cambiamenti nelle loro posizioni: gli stati Europei, ad esempio, hanno perso quote di mercato a favore dei paesi asiatici (soprattutto Singapore, Taiwan, Malesia, Corea del Sud, Hong Kong e Cina) e latino americani (specialmente Messico). Tuttavia anche la quota complessiva di Stati Uniti e Giappone sul commercio mondiale di ICT è scesa dal 41.3% del 1980 al 39.7% del 1999 e ciò indica un aumento nel grado di diversificazione geografica del commercio in ICT. E’ importante notare che, per i paesi emergenti, il commercio di beni e servizi legati all’ICT appare essere più vantaggioso rispetto al commercio di altri beni. La Tabella 4 mostra la classifica dei paesi leader nell’esportazione delle macchine per ufficio e degli apparecchi di telecomunicazione, e dei paesi leader nelle esportazioni mondiali di tutti i beni. Dall’analisi di questa tabella si evince che la new economy può costituire un’opportunità per lo sviluppo economico dei paesi guidato dal commercio.

Tabella 5 Classifica dei paesi in termini di esportazioni (1999)

Paesi Quota delle esportazioni mondiali Ranking Quota delle esportazioni mondiali di ICT Ranking
Stati Uniti 12.4 1 16.3 1
Giappone 7.5 3 11.9 2
Singapore 2.0 16 7.9 3
Taiwan 2.2 15 5.9 4
Malesia 1.5 20 5.8 5
Corea 2.6 14 5.6 6
Hong Kong 3.1 11 -- 7
Germania 9.6 2 4.8 8
Paesi Bassi 3.6 8 4.1 9
Cina 3.5 9 3.9 10
Francia 5.3 4 3.7 11
Messico 2.4 15 3.3 12
Filippine 0.7 31 3.0 13
Irlanda 1.3 21 2.9 14

Fonte: Elaborazione su dati OECD

Se guardiamo alle importazioni di ICT, gli Stati Uniti si mantengono ancora al primo posto, con una quota del 22.3% sul totale. Anche la quota di importazioni dei paesi europei è salita, contrariamente all’andamento delle esportazioni: ciò significa che la domanda per le nuove tecnologie è molto sostenuta, ma che i mercati nazionali sono stati raggiunti anche dai paesi esportatori emergenti. Di conseguenza, il deficit commerciale riferito al settore ICT è cresciuto nei paesi più ricchi, anche se essi si mantengono all’avanguardia in termini di ricerca e innovazione tecnologica. Questo fenomeno non deve sorprendere più di tanto: considerando la crescente necessità dei consumatori nei paesi avanzati di prodotti e servizi ad alto contenuto innovativo legati all’ICT, è plausibile che la produzione nazionale non sia sufficiente a soddisfare tali esigenze. Inoltre è opportuno sottolineare che l’analisi del deficit commerciale non tiene conto del commercio in ICT fra le imprese all’interno di uno stesso paese. Infine, un aumento nelle importazioni di ICT può risultare in un vantaggio comparato in altri settori e portare benefici al commercio nel suo complesso, migliorando allo stesso tempo, l’efficienza allocativa. Da questa analisi è possibile evincere che esiste effettivamente un digital divide fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, causato da un divario in termini di infrastrutture tecnologiche e risorse umane, ma anche che la presenza di questo divario non aggravi di per sé le disuguaglianze già esistenti in termini di commercio. Al contrario, si è mostrato come vi siano opportunità maggiori per i paesi in via di sviluppo nei settori legati all’ICT piuttosto che in altre aree del commercio internazionale. Pertanto, nonostante alcuni paesi siano ancora esclusi dal commercio e la loro esclusione sia resa ancora più visibile dal digital divide, il numero di nazioni escluse è sceso costantemente grazie all’avvento delle nuove tecnologie e all’emergere di nuove applicazioni commerciali (per un’analisi dettagliata dell’argomento si veda Mansell e Wehn, 1998). Questa visione sembra in contrasto con un’altra prospettiva abbastanza diffusa che ritiene che i paesi in via di sviluppo non possano beneficiare di vantaggi competitivi nelle tecnologie più avanzate. In realtà tali paesi hanno interesse a commerciare prodotti e servizi ICT: fra questi, gli stati che sono meglio posizionati nel settore ICT sono anche quelli che registrano la migliore performance commerciale (a parte le Filippine). Tuttavia stabilire un legame fra i risultati commerciali nei settori ICT e la performance a livello del commercio nel suo complesso è alquanto difficile. Sono le importazioni di ICT che contribuiscono al diffondersi di questi prodotti nell’economia, generando esternalità positive: i paesi in via di sviluppo sono fra i maggiori importatori di ICT, ma sarebbe riduttivo attribuire la dinamica della loro performance commerciale solamente alla diffusione di queste tecnologie.

4) Commercio elettronico e commercio internazionale

Una delle determinanti principali della ristrutturazione del commercio internazionale è lo sviluppo del commercio elettronico. Innanzitutto il commercio elettronico rafforza la competizione fra imprese: i consumatori possono accedere più facilmente alle informazioni, confrontare prezzi e prodotti, e assicurarsi l’offerta migliore. Di conseguenza le imprese sono chiamate a essere più efficienti, migliorare la qualità dei loro prodotti e del servizio al cliente e adottare politiche di prezzo più competitive. Le stesse imprese possono beneficiare di una maggiore concorrenza, perché il commercio elettronico avviene soprattutto fra imprese ( business-to-business). Questo aiuta l’effettiva gestione delle scorte e riduce i costi di produzione grazie alla competizione fra fornitori. Il commercio elettronico aumenta la flessibilità e rafforza l’efficienza del mercato in termini di relazione fra domanda e offerta e di prezzi, causando una trasformazione delle transazioni commerciali. Gli ordini di acquisto sono effettuati elettronicamente e anche i pagamenti avvengono ora attraverso piattaforme elettroniche (con i relativi problemi di sicurezza e privacy). La consegna di beni e servizi ad alta intensità di informazione può essere dematerializzata, come avviene per esempio con le edizioni elettroniche di giornali, libri o musica, il che pone problemi di protezione della proprietà intellettuale.

Gli effetti del commercio elettronico sul commercio internazionale sono alquanto difficili da misurare empiricamente, in quanto risulta particolarmente complesso quantificare il valore del commercio elettronico di per sé. E’ importante sottolineare che il commercio elettronico non necessariamente è sinonimo di commercio fra diversi paesi e che, se da un lato esso crea nuove opportunità commerciali, dall’altro può generare un effetto di sostituzione tale per cui la crescita del commercio nel suo complesso non segue la crescita del commercio elettronico. La struttura del commercio elettronico da un punto di vista geografico riflette le ineguaglianze in termini di accesso a Internet e di diffusione della cultura su Internet. Diversi studi misurano il grado di preparazione dei paesi al commercio elettronico (OECD, 1999; WTO, 1999; Colecchia, 2000). Al di là delle differenze metodologiche, in tutti questi studi risulta che gli Stati Uniti sono il paese più avanzato, seguiti dai paesi dell’Europa del Nord (Svezia, Norvegia e Finlandia), mentre il Giappone è in posizione relativamente arretrata. Se si guarda alle diverse categorie del commercio elettronico, è possibile individuare come il commercio business-to-business sia quello che genera più valore a livello internazionale, anche se sta crescendo in modo sostanziale anche il commercio fra individui (soprattutto attraverso le aste). Per quanto concerne la distribuzione di prodotti, l’impatto del commercio elettronico è più forte nel commercio di servizi che nel commercio di beni. Il commercio di beni che possono essere facilmente trasformati in formato elettronico, costituisce meno dell’1% del commercio mondiale; di questi, il 60% corrisponde a materiale stampato, nastri registrati, CD e software. Il commercio di questi prodotti è cresciuto rapidamente a un tasso del 10% nella prima metà degli anni ‘90 (1.5 volte la crescita del commercio mondiale), ma la crescita del commercio in mezzi di registrazione come i CDs e nel software è stata in media del 17% (WTO, 1999). Anche se un completo trasferimento del commercio di prodotti digitalizzabili on-line è assai difficile, i prezzi più bassi su Internet avranno un impatto forte sul commercio off-line di questi prodotti.  

Approfondimento: La politica commerciale nella new economy

Pagine a cura di:
Rodolfo Helg e Piero Cavaleri
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Robert Hodge del CETIC

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