Istituto di economia

Economia internazionale
Paul R. Krugman, Maurice Obstfeld

 

Paolo Epifani
Commercio internazionale e disuguaglianze salariali

Indice  
Bibliografia
 
 
 
 
 
 

Introduzione

A partire dalla fine degli anni '70, la maggior parte dei paesi avanzati ha sperimentato un drammatico aumento delle disuguaglianze salariali. Come si misurano le disuguaglianze salariali Nello stesso periodo, le importazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo sono triplicate in rapporto al PIL dei paesi avanzati. E' lecito mettere in relazione i due fenomeni? La risposta immediata suggerita dalla teoria tradizionale del commercio internazionale è: sì. Il celebre teorema Stolper-Samuelson mostra che l'integrazione commerciale aumenta il reddito reale del fattore abbondante e riduce il reddito reale del fattore scarso. Esso consente pertanto di raccontare la seguente storia: i paesi OCSE sono abbondanti di lavoro qualificato rispetto ai PVS. L'integrazione commerciale tra le due regioni comporta una maggiore specializzazione produttiva dei primi nei settori moderni intensivi in lavoro qualificato (in cui godono di un vantaggio comparato), da cui consegue un aumento della domanda relativa di lavoro qualificato e dello skill premium.
Questa spiegazione, intuitivamente plausibile, non regge ad un esame approfondito dei fatti. In particolare:

1) Il commercio rilevante ai fini del teorema Stolper-Samuelson è unicamente quello Nord-Sud, che tuttavia rappresenta una quota modesta del commercio mondiale (anche se in rapida crescita). Ne consegue che gli effetti di equilibrio generale di questo tipo di commercio sono probabilmente trascurabili (Krugman, 2000).
2) Il teorema Stolper-Samuelson implica che l'integrazione commerciale Nord-Sud riduca le disuguaglianze salariali nei paesi in via di sviluppo abbondanti di lavoro non qualificato. L'evidenza empirica mostra tuttavia l'esatto contrario. Le disuguaglianze salariali sono infatti aumentate anche nella generalità dei PVS (Freeman e Oostendorp, 2000), e in particolare in quelli (ad esempio, il Messico) che hanno sperimentato una drastica liberalizzazione commerciale in anni recenti.
3) Il teorema Stolper-Samuelson implica una relazione biunivoca tra il prezzo relativo dei beni e il prezzo relativo dei fattori. In altre parole, se l'aumento dello skill premium nei paesi avanzati è causato dal commercio con i PVS, allora deve associarsi ad un aumento del prezzo relativo dei beni intensivi in lavoro qualificato nei paesi avanzati. Ciò in quanto la riallocazione delle risorse verso i settori moderni (che causa un aumento della domanda relativa di lavoratori qualificati), è innescata da un aumento del prezzo relativo di questi beni. L'evidenza empirica mostra tuttavia che nei paesi OCSE il prezzo relativo dei beni intensivi in lavoro qualificato si è generalmente ridotto negli ultimi decenni (si pensi, ad esempio, alla costante riduzione del prezzo dei computer) (Lawrence e Slaughter, 1993).
4) Il teorema Stolper-Samuelson implica una generalizzata riduzione della skill-intensity dei settori. In altre parole, l'integrazione commerciale Nord-Sud dovrebbe comportare, nei paesi avanzati, una tendenza all'impiego di una minore proporzione di lavoratori qualificati in tutti i settori produttivi. L'intuizione è la seguente: la specializzazione nei settori intensivi in lavoro qualificato indotta dal commercio rende meno abbondanti (e quindi più costosi) i lavoratori qualificati, rendendo conveniente l'impiego di tecniche produttive più intensive in lavoro non qualificato. L'evidenza empirica mostra tuttavia l'esatto contrario: negli ultimi decenni tutti i paesi avanzati hanno infatti sperimentato un generalizzato aumento della skill-intensity dei settori (fenomeno noto come skill upgrading) (Berman, Bound e Griliches, 1994).

Queste quattro debolezze della spiegazione basata sull'effetto Stolper-Samuelson hanno indotto a ritenere che il commercio internazionale abbia svolto un ruolo marginale nel recente aumento delle disuguaglianze salariali. La spiegazione prevalente riconduce invece l'aumento delle disuguaglianze ad un fenomeno noto come skill-biased technical change. L'idea è che il progresso tecnico sperimentato negli ultimi decenni avrebbe aumentato la domanda relativa di lavoratori qualificati, causando un aumento degli skill premia. Si pensi, ad esempio, al massiccio impiego dei computer nel processo produttivo, che può aver indotto un aumento della domanda relativa di lavoratori istruiti in tutti i settori produttivi.
Il progresso tecnico skill-biased ha certamente svolto un ruolo cruciale nel recente aumento delle disuguaglianze salariali. Diversamente dal teorema Stolper-Samuelson, questa spiegazione è infatti coerente con i fatti stilizzati menzionati sopra, ed in particolare con: l'aumento delle disuguaglianze nei paesi in via di sviluppo, la riduzione del prezzo relativo dei beni intensivi in lavoro qualificato e lo skill upgrading. Non è facile, tuttavia, distinguere il ruolo del progresso tecnico da quello del commercio internazionale. Ciò in quanto:

1) La direzione del progresso tecnico è endogena, e può quindi essere influenzata dal commercio internazionale. In altre parole, una maggiore apertura commerciale può rendere più o meno skill-biased il progresso tecnico;
2) Ci sono meccanismi diversi dall'effetto Stolper-Samuelon attraverso i quali il commercio internazionale può generare effetti isomorfi a quelli del progresso tecnico skill-biased.

Nelle pagine che seguono chiariamo questi due punti illustrando le nuove idee emerse dal dibattito su "trade, technology and wages".

Progresso tecnico skill-biased, dotazioni fattoriali e commercio internazionale

L'idea di partenza è che la tecnologia sia endogena. Ciò significa che la direzione del progresso tecnico è il risultato delle scelte orientate al profitto da parte delle imprese che innovano. Acemoglu (1998) ha dimostrato, in particolare, che le due variabili cruciali per la profittabilità delle nuove tecnologie sono: 1) la dimensione del mercato; 2) il prezzo relativo dei beni finali. La prima variabile è influenzata dalla composizione dell'offerta di fattori produttivi, la seconda dal commercio internazionale.
La variabile dimensione del mercato è cruciale per spiegare la natura skill-biased del progresso tecnico nell'ultimo secolo. Il ventesimo secolo è stato infatti caratterizzato da un costante aumento dell'offerta relativa di lavoratori istruiti. Ciò ha reso relativamente più profittevole l'invenzione di macchine complementari ai lavoratori qualificati, in quanto ne ha costantemente allargato il mercato. Alla radice della cosiddetta Information Technology e delle nuove tecnologie skill-biased c'è quindi, secondo Acemoglu, l'effetto dimensione del mercato indotto dall'aumento del numero di lavoratori istruiti nei paesi avanzati. L'implicazione più sorprendente di questo ragionamento è che, se lo skill-biased technical change indotto da un aumento dell'offerta relativa di lavoratori istruiti è sufficientemente forte, allora la curva di domanda relativa di lavoro può assumere pendenza positiva. Ciò significa che lo skill premium aumenta all'aumentare della dotazione relativa di lavoratori qualificati, un fenomeno che ha infatti caratterizzato i paesi avanzati negli ultimi vent'anni.
Come accennato sopra, anche il commercio internazionale può influenzare la direzione del progresso tecnico (Acemoglu, 2003). In particolare, l'integrazione commerciale Nord-Sud aumenta (temporaneamente) il prezzo relativo dei beni skill-intensive nei paesi avanzati, e quindi aumenta la domanda di tecnologie utilizzate nella produzione di questi beni (e quindi complementari ai lavoratori qualificati), incentivando pertanto innovazioni di tipo skill-biased.

Innovazioni difensive

Una spiegazione ulteriore del perché l'integrazione commerciale può contribuire a rendere la tecnologia skill-biased è basata sul concetto di innovazione difensiva, formulato inizialmente da Wood (1994). L'idea è che la concorrenza proveniente dai paesi a basso salario induce le imprese dei paesi avanzati ad adottare tecnologie che riducano il fabbisogno di lavoratori manuali (e quindi il costo del lavoro), in particolare nei settori tradizionali in cui l'effetto della concorrenza dei paesi in via di sviluppo è più forte. L'evidenza empirica conforta questa ipotesi, in quanto mostra che, negli ultimi decenni, nei paesi avanzati i settori tradizionali hanno sperimentato un aumento della produttività maggiore della media.
L'ipotesi formulata da Wood pone tuttavia il seguente quesito: se esistono tecnologie skill-biased che riducono il costo del lavoro e aumentano i profitti, le imprese dovrebbero adottarle comunque, e quindi indipendentemente dalla pressione competitiva esercitata dai paesi a basso salario. Al riguardo, una possibile risposta è fornita da Thoenig e Verdier (2003). Si consideri un contesto in cui le imprese scelgono la direzione del progresso tecnico (neutrale o skill-biased). Si assuma, inoltre, che le tecnologie skill-biased siano caratterizzate da costi unitari più alti. Ne consegue che esse non saranno mai adottate in autarchia. Si assuma ora che un paese avanzato si apra al commercio con un paese in via di sviluppo abbondante di lavoro non qualificato, in cui i brevetti delle imprese innovatrici del Nord siano imperfettamente tutelati. Gli innovatori saranno quindi esposti al comportamento predatorio delle imprese imitatrici del Sud. Una strategia di difesa da parte delle imprese del Nord può essere allora l'adozione di innovazioni skill-biased, in quanto più difficili da imitare dato lo svantaggio comparato delle imprese del Sud nelle produzioni intensive in lavoro qualificato.

Investimenti diretti e commercio di beni intermedi

La teoria del commercio internazionale ha individuato canali diversi dall'effetto Stolper-Samuelson (Introduzione) attraverso i quali l'integrazione commerciale può aumentare le disuguaglianze salariali. Il più rilevante è probabilmente quello illustrato da Feenstra e Hanson (1996). Si consideri un Nord abbondante di lavoro qualificato e capitale fisico e un Sud abbondante di lavoro non qualificato. A differenza del teorema Stolper-Samuelson, in cui si considerano due soli beni finali, qui si ipotizza l'esistenza di un continuum di beni intermedi caratterizzati da diversa intensità di lavoro qualificato. I beni intermedi sono utilizzati per produrre un bene finale. In autarchia ciascun paese produce da sé tutti i beni intermedi necessari alla produzione del bene finale. Si considerino ora gli effetti dell'apertura al commercio in presenza di barriere alla mobilità del capitale fisico: seguendo la logica del modello Heckscher-Ohlin-Samuelson, avremo che le imprese del Nord troveranno conveniente importare dal Sud i beni intermedi intensivi in lavoro non qualificato, mentre le imprese del Sud importeranno dal Nord i beni intermedi intensivi in lavoro qualificato. L'integrazione commerciale determina pertanto la specializzazione produttiva del Nord nelle fasi produttive più intensive in lavoro qualificato e del Sud in quelle più intensive in lavoro non qualificato. Fin qui, nulla di sorprendente. Il risultato interessante dell'analisi di Feenstra e Hanson è costituito invece dagli effetti dell'abolizione delle barriere alla mobilità del capitale fisico sulla specializzazione produttiva e il prezzo dei fattori nei due paesi. Si noti che, poiché il Nord è abbondante di capitale, la remunerazione del capitale è inferiore al Nord. Ne consegue che, con la mobilità internazionale del capitale, si ha una parziale delocalizzazione del capitale produttivo dal Nord al Sud, con conseguente riduzione del costo del capitale al Sud e aumento al Nord (per la legge della domanda e dell'offerta). Da ciò consegue che i costi di produzione si riducono al Sud e aumentano al Nord, e quindi che la specializzazione produttiva dei due paesi muta. In particolare, un certo numero di beni intermedi prodotti con intensità intermedie di lavoro qualificato è ora prodotto ad un costo inferiore al Sud, e quindi la produzione di questi beni intermedi migra dal Nord al Sud. Ciò implica (sorpresa!) un aumento della domanda relativa di lavoratori qualificati e dello skill premium in entrambi i paesi. L'intuizione è la seguente: i beni intermedi delocalizzati dal Nord al Sud sono al contempo intensivi in lavoro non qualificato rispetto alla media dei beni prodotti al Nord e intensivi in lavoro qualificato rispetto alla media dei beni prodotti al Sud. Ne consegue che la delocalizzazione al Sud della produzione di questi beni riduce la domanda relativa di lavoro non qualificato al Nord e aumenta la domanda relativa di lavoro qualificato al Sud.

Commercio intra-industriale

L'analisi di Feenstra e Hanson sul ruolo degli IDE e del commercio di beni intermedi (Investimenti) si applica al commercio Nord-Sud di beni intermedi in presenza di mobilità del capitale fisico. Essa è particolarmente rilevante per spiegare l'aumento delle disuguaglianze in un paese come il Messico, che ha sperimentato una drastica liberalizzazione commerciale e un consistente afflusso di investimenti diretti dagli Stati Uniti a partire dalla metà degli anni '80. Come accennato sopra, tuttavia, la quota preponderante del volume degli scambi mondiali è costituita da commercio intra-industriale tra i paesi avanzati. La teoria tradizionale suggerisce che il commercio intra-industriale è irrilevante per le disuguaglianze salariali. Ciò in quanto esso è, per definizione, uno scambio di beni prodotti con simile intensità fattoriale, da cui consegue che la specializzazione intra-industriale non può influenzare la domanda relativa di fattori.
Epifani e Gancia (2002) mettono in discussione questo risultato mostrando che esso vale solo in condizioni particolari, e cioè in presenza di una elasticità di sostituzione unitaria nel consumo e in assenza di asimmetrie settoriali nei rendimenti di scala. Entrambe le ipotesi sono controfattuali. L'evidenza empirica mostra, infatti, che l'elasticità di sostituzione nel consumo è maggiore di uno, e che i settori moderni intensivi in lavoro qualificato sono caratterizzati, in media, da rendimenti crescenti di scala più rilevanti rispetto ai settori tradizionali intensivi in lavoro non qualificato. Sotto queste ipotesi è possibile dimostrare che il commercio intra-industriale ha effetti non neutrali sulla distribuzione del reddito. L'intuizione è la seguente: l'apertura al commercio (anche tra paesi identici) aumenta la dimensione del mercato, e ciò aumenta la produttività delle risorse in tutti i settori in presenza di rendimenti crescenti di scala. In termini relativi, tuttavia, i settori moderni intensivi in lavoro qualificato beneficiano maggiormente dell'allargamento del mercato perché sono caratterizzati da più forti economie di scala. Ne consegue che il prezzo relativo di questi beni si riduce e quindi che, in presenza di una elasticità di sostituzione nel consumo maggiore di uno, una quota maggiore del reddito e della spesa viene destinata ai settori moderni intensivi in lavoro qualificato. Ciò implica un aumento della domanda relativa di lavoro qualificato, e quindi dello skill premium.
Un'implicazione interessante di questo ragionamento è che, a differenza del teorema Stolper-Samuelson, un aumento dello skill premium nei paesi avanzati è compatibile con una riduzione del prezzo relativo dei beni intensivi in lavoro qualificato. Inoltre, la liberalizzazione commerciale può aumentare le disuguaglianze anche nei paesi in via di sviluppo, se si associa ad un aumento del commercio intra-industriale in questi paesi.

Eterogeneità

I meccanismi analizzati finora sono di tipo inter-settoriale. Essi implicano, cioè, che l'aumento dello skill premium sia determinato dall'espansione dei settori intensivi in lavoro qualificato. L'evidenza empirica mostra, tuttavia, che l'aumento complessivo della domanda relativa di lavoro qualificato è attribuibile quasi interamente ad un aumento della domanda relativa all'interno dei singoli settori, piuttosto che alla espansione dei settori intensivi in lavoro qualificato e alla contrazione di quelli intensivi in lavoro non qualificato (Berman, Bound e Griliches, 1994). Questo risultato empirico ha rafforzato la convinzione che il commercio internazionale abbia svolto un ruolo limitato nel recente aumento delle disuguaglianze, e che il generalizzato aumento della domanda relativa di lavoro qualificato all'interno dei singoli settori produttivi sia invece da attribuire al progresso tecnico skill-biased.
Le analisi empiriche che utilizzano dati a livello settoriale trascurano tuttavia che i settori sono aggregati di imprese molto eterogenee dal punto di vista tecnologico, e in particolare sotto il profilo della skill-intensity. La classificazione statistica dei settori non corrisponde pertanto alla definizione concettuale, che presuppone l'omogeneità tecnologica delle imprese appartenenti ad un dato settore. Da ciò consegue che un aumento della domanda relativa di lavoro qualificato all'interno di un settore (il cosiddetto skill upgrading) può essere dovuto sia ad un aumento della skill-intensity delle imprese del settore, sia ad una riallocazione della produzione e dell'occupazione a favore delle imprese più skill-intensive del settore. Nel primo caso è ragionevole ipotizzare che il fenomeno sia attribuibile al progresso tecnico skill-biased; nel secondo caso, invece, la spiegazione va ricercata in meccanismi diversi dal progresso tecnico. Al riguardo, Bernard e Jensen (1997) utilizzano dati a livello di impresa per analizzare le determinanti dello skill upgrading all'interno del comparto manifatturiero degli Stati Uniti. Sorprendentemente, essi trovano che la quota preponderante dell'aumento della domanda di lavoro qualificato all'interno del manifatturiero U.S.A. è attribuibile alla riallocazione dell'occupazione dalle imprese intensive in lavoro non qualificato, che si sono contratte, a quelle intensive in lavoro qualificato, la cui quota di occupazione è invece aumentata. Questi risultati ridimensionano la rilevanza empirica del progresso tecnico skill-biased quale causa dello skill upgrading e dell'aumento degli skill premia, e rivalutano invece i meccanismi basati sulla riallocazione delle risorse.
Manasse e Turrini (2001) illustrano un meccanismo trade-induced di riallocazione delle risorse tra le imprese che consente di spiegare i fatti stilizzati illustrati da Bernard e Jensen. Si consideri un settore con imprese e lavoratori eterogenei. Le imprese che impiegano lavoratori più qualificati producono prodotti di qualità superiore. Poiché la qualità è apprezzata dai lavoratori, queste imprese ottengono maggiori ricavi e pagano salari più elevati. Con l'apertura al commercio, le imprese domestiche subiscono la concorrenza delle imprese estere e perdono quote di mercato sul mercato domestico. La riduzione dei ricavi sul mercato domestico può essere compensata dalle esportazioni, ma non tutte le imprese riescono a beneficiare dell'opportunità di vendere sui mercati esteri. Ciò in quanto, per poter esportare, le imprese devono sostenere un costo fisso, che include il costo di raccogliere informazioni sui consumatori esteri e di impiantare canali di distribuzione all'estero. Ne consegue che solo le imprese più skill-intensive, quelle cioè in grado di ottenere ricavi sufficienti a coprire i costi fissi d'esportazione, possono beneficiare dell'opportunità di esportare e quindi di espandersi. Le imprese meno skill-intensive, al contrario, non potendo far fronte ai costi fissi d'esportazione, restano orientate al mercato domestico e quindi si contraggono per effetto della concorrenza estera. In conclusione, per effetto dell'integrazione commerciale, le risorse si riallocano verso le imprese più intensive in lavoro qualificato, contribuendo ad aumentare le disuguaglianze salariali.

Considerazioni finali

In questa nota abbiamo illustrato i principali meccanismi attraverso i quali l'integrazione commerciale può causare, direttamente o indirettamente (influenzando, cioè, la direzione del progresso tecnico), un aumento delle disuguaglianze salariali. Questi meccanismi, benché rilevanti, non rappresentano l'unica causa (e non necessariamente la principale) del recente peggioramento della distribuzione del reddito. E' utile pertanto, in chiusura, accennare a due ulteriori fattori, potenzialmente molto rilevanti, ma indipendenti dal commercio internazionale.
In primo luogo, gli studi su cui ci siamo soffermati considerano unicamente il ruolo dei beni commerciati. La quota preponderante della produzione delle economie avanzate (circa il 70%) è costituita, tuttavia, da beni e servizi non commerciati. Mutamenti nella domanda e nell'offerta di questi beni possono pertanto determinare rilevanti effetti di equilibrio generale, e quindi incidere significativamente sulla distribuzione del reddito. Questa considerazione è rafforzata da un dato spesso trascurato, e cioè che le differenze in termini di skill-intensity tra i diversi settori non-traded sono ben maggiori di quelle tra i diversi settori del comparto manifatturiero. Ciò implica che una riallocazione della produzione tra i diversi settori non-traded (indotta per esempio da mutamenti nella domanda estranei al commercio internazionale) ha un impatto sulla domanda relativa di lavoratori qualificati potenzialmente molto maggiore della riallocazione della produzione tra i diversi settori del manifatturiero (indotta per esempio dal commercio internazionale). L'evidenza empirica fornisce, al riguardo, indicazioni interessanti. Nel caso ad esempio degli Stati Uniti, Harrigan e Balaban (1999) trovano che negli ultimi decenni si è avuto un consistente aumento del prezzo relativo dei servizi estremi in termini di intensità di lavoro qualificato, quali: finanza, assicurazioni, ecc., (attribuibile ad un aumento della domanda di questi servizi al crescere del reddito), ed una equivalente riduzione del prezzo relativo dei servizi estremi in termini di intensità di lavoro non qualificato, quali: servizi di pulizia, baby-sitting, ecc (spiegabile con un aumento dell'offerta di questi servizi dovuto all'immigrazione di lavoratori non qualificati provenienti dai paesi in via di sviluppo). Essi trovano, inoltre, che i prezzi relativi dei beni non-traded sono le variabili che spiegano meglio, empiricamente, l'andamento delle disuguaglianze salariali negli Stati Uniti.
In secondo luogo, le disuguaglianze salariali dipendono crucialmente dalle istituzioni del mercato del lavoro. Nei paesi dell'Europa continentale, in particolare, le politiche di compressione salariale perseguite dalle organizzazioni sindacali hanno contribuito a ridurre l'aumento delle disuguaglianze salariali (e ad aumentare, però, la disoccupazione) rispetto ai paesi anglosassoni, in cui il potere contrattuale delle organizzazioni sindacali è sensibilmente inferiore. Studi recenti suggeriscono, inoltre, che le istituzioni del mercato del lavoro possono influenzare la direzione del progresso tecnico. Acemoglu (2002) ha mostrato, ad esempio, che in presenza di istituzioni che favoriscono la compressione salariale, le imprese possono essere incentivate ad adottare innovazioni unskill-biased che aumentano la produttività relativa (e la domanda relativa) di lavoratori poco qualificati.
Fin qui sulle cause dell'aumento delle disuguaglianze salariali. Nulla abbiamo ancora detto sulla questione altrettanto rilevante e controversa degli effetti macroeconomici dell'aumento delle disuguaglianze. Al riguardo, c'è chi ritiene che il fenomeno sia preoccupante, perché un aumento delle disuguaglianze può associarsi al peggioramento delle condizioni di vita delle fasce più deboli della forza-lavoro e ad un aumento delle tensioni sociali (Rodrik, 1997). C'è chi ritiene, al contrario, che l'aumento delle disuguaglianze salariali tra lavoratori ad alta e a bassa qualifica costituisca un potente incentivo all'investimento in capitale umano, che rappresenta il principale motore della crescita economica nel lungo periodo (Deardorff e Stern, 2000). Ad ogni modo, quali che siano gli effetti di lungo periodo dell'aumento delle disuguaglianze, è indiscusso che per poter intervenire sul fenomeno con efficaci misure di policy sia necessaria una migliore comprensione delle sue cause.

Pagine a cura di:
Rodolfo Helg e Piero Cavaleri
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