Istituto di economia

Economia internazionale
Paul R. Krugman, Maurice Obstfeld

 

Alessandro Lanza
Ambiente e Commercio Internazionale

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Introduzione


In una prospettiva storica il decennio appena passato sarà ricordato, fra l'altro, per la crescita tumultuosa del movimento no global. Sebbene l'integrazione progressiva tra economie sia un fenomeno ciclico è la prima volta che viene accompagnata da un vivace movimento anti globalizzazione; quest'ultimo, nato su temi connessi alle misere condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo in cui innumerevoli imprese dei paesi industrializzati hanno delocalizzato alcune produzioni, si è rapidamente alimentato di temi nuovi e complessi, che coinvolgono la sfera del pubblico e del sociale.
E' importante precisare che quando ci si riferisce all'aumento del grado di globalizzazione non si intende unicamente l'incremento del commercio internazionale, prettamente misurato in termini di scambio di beni e servizi, ma anche l'incremento di fenomeni quali la mobilità del lavoro e del capitale umano, evidenti nell'intensificazione dei flussi migratori fra Paesi.
È comunque certo che alla liberalizzazione degli scambi è possibile attribuire la forte crescita di alcune importanti economie ed aree del mondo. Si pensi alla rapidissima crescita degli ultimi dieci anni di alcune economie asiatiche guidata dalle esportazioni oppure al successo economico registrato da gran parte dei paesi industrializzati a partire dal dopo guerra.
E' anche vero che la sola politica di apertura agli scambi non avrebbe però potuto registrare un così ampio successo se non fosse stata accompagnata da misure supplementari come l'attenzione alla politica monetaria o la politica attiva di R&S.
Gli importanti risultati raggiunti in termini di crescita economica sono stati tuttavia accompagnati da effetti indesiderati in campo sociale ed ambientale ed in particolare i vantaggi e la maggiore ricchezza prodotta anche attraverso l'aumento del commercio internazionale trovano un loro limite nell'incremento di quelle esternalità ambientali e sociali che rappresentano un costo per la collettività non sostenuto dai privati.

2. Commercio internazionale ed ambiente

La letteratura economica identifica due effetti principali dell'incremento dell'attività economica connessa al commercio internazionale sull'ambiente, distinguendo essenzialmente: un 'effetto di scala', per cui si avrebbero impatti negativi sull'ambiente a seguito di un aumento molto rapido e consistente dell'attività economica spinta dal commercio, ed un 'effetto di tecnologia' o 'di prodotto', per cui a seguito di un aumento del reddito che stimoli l'innovazione tecnologica e processi di produzione più 'puliti' si potrebbero osservare degli effetti positivi sull'ambiente, anche di mitigazione dei potenziali danni. Entrambi gli effetti sarebbero mediati da un 'effetto di composizione', in base al quale l'impatto della crescita economica sull'ambiente sarebbe determinato dalla struttura dell'economia e dalla natura del commercio stesso: l'aumento del reddito indurrebbe infatti un cambiamento nella struttura dell'economia, incentivando attività di produzione più 'pulite'. Si pensi a come il degrado ambientale tenda a diminuire con la trasformazione dell'economia industriale da un sistema di industria pesante e ad alta intensità energetica ad un'industria di servizi e ad alta intensità di tecnologia.
E' l'interazione di questi effetti dunque a determinare l'impatto dell'accresciuta attività economica legata all'intensificazione del commercio sull'ambiente, con una distribuzione degli effetti che varia in relazione alla struttura sociale, economica ed alla dotazione di risorse naturali locali.


2.1. Gli effetti sull'ambiente derivanti dal prodotto
Questi effetti come anticipato si verificano quando i prodotti in sé hanno un impatto sull'ambiente. In questo caso il commercio può dare impulso alla diffusione di nuove tecnologie per la protezione ambientale o può velocizzare l'adozione di tecnologie più pulite. Non necessariamente tuttavia lo scambio dei beni promuove l'utilizzo di tecnologie pulite: esiste una seconda valenza del legame prodotto ed ambiente, per cui l'incremento del commercio internazionale può facilitare il movimento di beni che, da un punto di vista ambientale, sarebbe meglio non far circolare. Il classico esempio è quello relativo al trasporto di rifiuti pericolosi e/o tossici. Lo spostamento di queste merci fa ovviamente crescere il rischio ambientale specie se un eventuale disastro si realizzasse in un paese non dotato della capacità tecnica, giuridica e amministrativa adeguate.

Esiste inoltre un'ulteriore valenza del legame prodotto-ambiente che si realizza quando, date particolari circostanze, l'accresciuto commercio internazionale può spingere all'eccessivo sfruttamento di una risorsa naturale tale da rischiare il suo degrado e/o la suaestinzione. Riguardo alle specie protette va ricordata la Convenzione CITES ( Convention on International Trade of Endangered Species ovvero Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione), firmata a Washington nel 1973, nata proprio dall'esigenza di regolare la commercializzazione e l'esportazione di animali e piante a rischio di estinzione.


2.2 Gli effetti sull'ambiente derivanti dalla tecnologia e dalla struttura dell'economia
Gli effetti della liberalizzazione del commercio sull'ambiente si manifestano anche in seguito al mutamento della tecnologia utilizzata per la produzione di determinati beni scambiati sul mercato internazionale. Qualora le nuove tecniche utilizzate si rivelino più efficienti dal punto di vista ambientale (nel senso che inquinano meno per ogni unità di prodotto), allora la liberalizzazione facilita il trasferimento di tale tecnologia, sortendo effetti positivi sull'ambiente. La crescita del mercato e della competizione internazionale, inoltre, può sollecitare il processo di modernizzazione tecnologica di tutte le imprese. Non bisogna dimenticare tuttavia che le attuali differenze legislative negli standards di tutela ambientale fra Paesi possono ancora indurre il trasferimento di tecnologie meno pulite, tipicamente da Paesi del Nord al Sud del mondo, con conseguenti impatti negativi dell'intensificazione degli scambi commerciali sull' ambiente.

In generale, gli effetti sull'ambiente derivanti da mutamenti tecnologici dipendono ampiamente da altre considerazioni, soprattutto di tipo politico, che determinano la disponibilità e la scelta di nuove tecnologie.

In linea generale, l'apertura al commercio crea ricchezza e può sortire, di conseguenza, degli effetti positivi sull'ambiente. In particolare, se l'aumento della ricchezza è legato a un miglioramento tecnologico, allora ciò può influire positivamente sullo stato dell'ambiente in quanto vengono ridotti la produzione dei rifiuti e l'utilizzo di risorse naturali, per un effetto di sostituzione tra capitale naturale e capitale fisico.; inoltre, è ormai riconosciuto che l'aumento della ricchezza degli uomini contribuisce a renderli, oltre che meno dipendenti dalle risorse naturali, anche più sensibili alle problematiche connesse. Torneremo su questi punti al termine di questo lavoro.

L'apertura di un Paese al commercio internazionale può comportare dei cambiamenti strutturali nell'economia del Paese stesso, in quanto può avere come conseguenza da un lato una radicale crescita e dall'altro una riduzione della produzione di determinati beni. In linea generale, gli effetti 'netti' sull'ambiente saranno di segno positivo o negativo a seconda che aumenti o diminuisca l'attività dei settori economici meno inquinanti.

Comprendere il ruolo che il commercio internazionale gioca sull'ambiente significa in prima battuta interrogarsi sulla relazione tra crescita economica (che qui pensiamo come conseguenza diretta dell'apertura al commercio internazionale) e ambiente.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi lavori empirici sul tema crescita e ambiente. Il punto focale della discussione è intuitivo: vi è, in primo luogo, la preoccupazione che maggiore produzione richieda un maggior uso di risorse, ovvero che queste ultime (intese nel senso più globale) si esauriscano nel tempo. La seconda preoccupazione è che una maggiore attività economica comporti anche maggiori emissioni e rifiuti e che quindi porti a raggiungere il limite di capacità di carico della terra.

Alcuni economisti, anche di recente, hanno fatto osservare che se da una parte la dimensione della produzione è una variabile fondamentale nel determinare emissioni e rifiuti, anche la composizione della produzione e le tecniche utilizzate per produrre sono elementi essenziali. Vengono quindi evidenziati tre motivi per ritenere che lo sviluppo economico possa essere parte della soluzione del problema piuttosto che la radice del problema stesso.

* Nel passaggio da un'economia agricola verso un'economia di servizi l'impatto ambientale si riduce. I paesi tipicamente seguono un modello di sviluppo economico che va dall'agricoltura all'industria e poi, lungo questa via ai servizi. Delle tre strutture economiche evidenziate(sebbene alquanto stilizzate), un'economia basata sui servizi è quella che hail minore impatto ambientale . Inoltre, in paesi in cui la quota in servizi è rilevante, la produzione industriale si caratterizza per la produzione high-tech normalmente maggiormente rispettosa dell'ambiente.

* Lo sviluppo economico nelle fasi che caratterizzano il passaggio di un paese a reddito pro-capite medio-basso verso il medio-alto o alto fa registrare un cambiamento spesso radicale di tecnologie, con il rimpiazzo di quelle più vecchie (ed inquinanti) con quello più nuove e più rispettose dell'ambiente. Anche in questo caso la protezione dell'ambiente si caratterizza come un by-product di qualcos'altro. Paesi con elevati redditi pro-capite hanno in genere protezioni e tensioni sul mercato del lavoro. Le tecnologie labour-saving sono spesso congiuntamente tecnologie energy-saving e quindi con un minore impatto sull'ambiente.

* Nei paesi più ricchi cresce la domanda per prodotti tecnologicamente più avanzati e per produzioni più pulite e rispettose. Come è stato spesso fatto osservare questo non significa che le popolazioni meno ricche hanno meno a cuore l'avvenire delle generazioni future, bensì che gli aspetti di benessere non materiale possono pienamente svilupparsi in un sistema di prosperità diffusa in cui i bisogni primari sono già garantiti alla gran parte della popolazione.

I dati che sono stati utilizzati per evidenziare quando sopra sono diversi e complessi nel senso che utilizzano diversi inquinanti per aree geografiche diverse. Quello che qui interessa evidenziare è il punto centrale della discussione e le critiche che sono state mosse a questo approccio.
In generale la forma funzionale che si ottiene dalla relazione fra ricchezza e qualità dell'ambiente in più Paesi, espressa graficamente riportando sull'ascissa i valori di reddito pro-capite e sull'ordinata quelli di un particolare inquinante, è una campana. Questa relazione mostra che in una prima fase di sviluppo, a livelli di reddito molto bassi, che caratterizzano le economie più povere, l'inquinamento cresce al crescere del reddito; raggiunti livelli di reddito medi-alti, che caratterizzano economie più sviluppate, all'aumentare del reddito invece l'inquinamento tende a diminuire.

Si osservino i grafici 1-2, riportati da Gene Grossman [1], e costruiti su un data base riferito a 137 paesi. Insieme a esercizi analoghi essi sono i primi esempi di quelle che vengono definite "curve di Kuznets ambientali". Sull'asse delle ascisse, troviamo il reddito pro-capite. Sull'asse delle ordinate le emissioni di taluni inquinanti o l'utilizzo pro capite di varie risorse ambientali o naturali.

Per quasi tutti gli inquinanti studiati, che sono oltre quaranta, i grafici assumono una tipica forma "a campana". L'inquinamento è molto limitato a livelli bassi di reddito pro-capite; cresce fino a un massimo nelle fasi intermedie dello sviluppo; decresce sensibilmente nei paesi con il reddito pro-capite elevato. La regolarità è notevole e riguarda sia l'utilizzo delle risorse naturali (come i minerali), sia le emissioni nell'aria (zolfo, azoto, composti organici volatili) e nell'acqua, sia i rifiuti.

Ciò che distingue i diversi inquinanti è il livello di reddito pro-capite in corrispondenza del quale si osserva il punto di svolta: questo livello è basso per l'anidride solforosa; medio per i coliformi e i metalli pesanti; molto alto per l'anidride carbonica. Inoltre nei vari casi considerati su dati di panel (ovvero fra Paesi e in serie storica), i prezzi non sembrano giocare un ruolo fondamentale.
Senza arrivare all'estremo di Baldwin [2], che sulla base dei grafici afferma che "la crescita è necessaria alla tutela ambientale", queste dinamiche consentono di dubitare delle previsioni catastrofiche sul futuro dello sviluppo per l'ambiente. Naturalmente, i grafici presentano delle correlazioni semplici e vanno spiegati prima di trarre qualsiasi implicazione. A tal fine è possibile immaginare almeno tre effetti: la legge di Engel, che spiega appunto l'effetto di reddito; il cambiamento strutturale dei sistemi produttivi; l'adozione di migliori tecnologie. Per promuovere la sostenibilità del prodotto torniamo dunque al modello di crescita e al suo messaggio principale: l'ingrediente fondamentale della sostenibilità è la sostituzione delle risorse naturali, ottenuta attraverso l'investimento. Per studiare la sostenibilità, dunque, occorre studiare il processo di investimento e le sue interazioni con l'innovazione e la diffusione delle tecnologie.

Per concludere questa parte giova ricordare una delle principali critiche mosse a quest'approccio che non ha ancora trovato una risposta soddisfacente: secondo altri autori un elemento importante da tenere in considerazione ed ancora legato al commercio internazionale. Secondo questa critica la riduzione nel contenuto di un singolo inquinante in presenza di aumento del reddito pro-capite potrebbe "nascondere" un mutamento nella composizione delle importazioni. Paesi più ricchi, in cui le restrizioni e le regolamentazioni ambientali sono più strette potrebbero importare alcuni prodotti il cui contenuto "implicito" di inquinante non viene contabilizzato.

3. Il problema del trasferimento di tecnologie

Come abbiamo accennato in precedenza, la tecnologia gioca un ruolo cruciale nel ridurre l'impatto ambientale nelle attività economiche di produzione e di consumo. Risulta quindi evidente come capire in che modo può avvenire il trasferimento di tecnologie pulite tra paesi del Nord e paesi del Sud del mondo possa dare un importante contributo alla soluzione del problema.

Negli ultimi due decenni la struttura economica ed industriale dei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) ha subito una profonda evoluzione, che mostra analogie con lo sviluppo post-bellico delle economie occidentali. Tre fattori sono particolarmente interessanti per gli aspetti di politica industriale ed ambientale. Primo: il peso del settore industriale è cresciuto relativamente a quello del settore agricolo; negli anni '90 la produzione industriale nei PVS è cresciuta ad un tasso medio annuale del 4.9% (U.N. Statistical Yearbook 1998), più del doppio rispetto al tasso di crescita in agricoltura.. Secondo: il valore aggiunto manifatturiero (VAM) è cresciuto ad un tasso medio annuo considerevolmente più elevato di quello dei paesi industrializzati; negli anni '90 il tasso medio annuo di crescita del VAM nei PVS è stato di circa due volte (2.2) superiore a quello dei paesi industrializzati, mostrando comunque una leggera contrazione rispetto ai decenni precedenti. Terzo: i tassi di crescita più elevati si sono registrati nei settori industriali cosiddetti "tradizionali": siderurgia, chimica, produzione di vetro e cemento, che sono quelli a più alto utilizzo di energia.

Al di là di queste tendenze di carattere generale, esistono però sostanziali differenze tra diverse aree geografiche, sia in termini economici, sia in termini socio-demografici.

Queste differenti dinamiche economiche preludono a differenti situazioni demografiche e sociali.
Dati recenti sulle differenze nei livelli di sviluppo fra Paesi (Human Development Report 2002, UNDP), mostrano come, nonostante la proporzione della popolazione mondiale in condizioni di estrema povertà sia diminuita dal 29% nel 1990 al 23% nel 1999, la distribuzione dello sviluppo non sia stata equa: durante gli anni '90 infatti la popolazione in condizioni di estrema povertà nell'Africa Sub-Sahariana è addirittura aumentata da 242 milioni a 300 milioni di persone, diminuendo invece del 7% nei Paesi del Sud-Est Asiatico. Oggi il 5% più ricco della popolazione mondiale detiene redditi di 114 volte superiori a quelli del 5% più povero. Anche i tassi di crescita dei redditi pro-capite registrano valori molto diversi fra Paesi: sempre negli anni '90 il tasso di crescita medio-annuo dei redditi nel Sud-est Asiatico è stato pari al 3,3%, , rispetto allo 0,3% dell'Africa Sub-Sahariana, che rivela addirittura una regressione nell'arco degli ultimi 25 anni.
Rispetto agli obiettivi di sviluppo per il nuovo millennio, misurati per alcuni indicatori di bisogni di base, una percentuale considerevole di paesi mostra elevati ritardi: il 24% dei Paesi ad esempio è considerevolmente in ritardo rispetto alla riduzione della 'fame' (avendo attualmente raggiunto meno del 70% del miglioramento auspicato nel 2015). Di questi Paesi il 46% appartiene all'Africa Sub-Sahariana, il 21% all'America Latina ed ai Caraibi, il 12,5% al Sud-Est Asiatico.

Rispetto alla media degli indicatori di sviluppo si può osservare che ai paesi a basso ritardo appartengono i PVS del sud-est asiatico (Corea, Singapore, etc) che hanno sperimentato nell'ultimo decennio uno sviluppo più sostenuto. I paesi latino americani appartengono invece, nella grande maggioranza, all'area dei paesi a medio ritardo, mentre i paesi africani sono raccolti nell'area a più elevato ritardo. Come già osservato per questi ultimi il divario con le aree industrializzate va di fatto accrescendosi.

Nonostante queste differenze, talvolta molto significative, sembra esistere un "modello di sviluppo" comune ai PVS e che riguarda da vicino problemi d'ordine ambientale. Esso è caratterizzato da elevate intensità di uso di energia per unità di prodotto, che deriva direttamente dall'assenza di tecnologie efficienti; ciò comporta in particolare un elevato uso di materie prime minerali, in prevalenza non rinnovabili, di acqua ed implica significative emissioni inquinanti nell'atmosfera, nell' acqua e nel suolo.

In sostanza, quindi, l'impatto ambientale del processo di industrializzazione in atto nei PVS è potenzialmente molto elevato, sia in termini di inquinamento ambientale, sia in termini di esaurimento di risorse naturali non-rinnovabili. L'entità di tale impatto sull'ambiente dipende, in modo cruciale, dalle tecnologie di processo impiegate e dalla specializzazione. Se non verranno adottate tecnologie pulite ed efficienti, la continua crescita di settori industriali basati sull'uso di risorse naturali e con un alto impatto in termini di inquinamento nei PVS, determinerà una crescente pressione sull'ambiente sia locale che globale.

Negli ultimi venti anni, le attività di ricerca condotte nelle imprese industriali dei paesi occidentali hanno portato allo sviluppo di tecnologie di processo e di prodotto che consentono di ridurre in modo significativo l'impatto ambientale negativo (tecnologie più efficienti nell'uso delle risorse, tecnologie che generano meno emissioni inquinanti e rifiuti, ecc). Si pensi, per esempio, ai progressi compiuti nel campo delle tecniche di combustione, delle tecnologie di abbattimento degli inquinanti contenuti nei fumi industriali, delle biotecnologie.

Nonostante tecnologie progressivamente più pulite vengano sviluppate ed adottate nei paesi industrializzati, esse non vengono trasferite ai PVS nè tantomeno adottate dalle imprese che vi operano. I dati sul trasferimento di tecnologie non sono molto ricchi e le spiegazioni possibili che possiamo offrire derivano da un po' di buon senso economico e da un'ampia letteratura sulla delocalizzazione verso l'estero delle produzioni occidentali. Da alcune recenti ricerche risulta innanzitutto che le imprese multinazionali operanti nei PVS tendono a impiegare nelle loro sussidiarie locali tecnologie obsolete da un punto di vista ambientale.
L'ipotesi secondo la quale le imprese multinazionali tendono a rilocalizzare la produzione in paesi meno sviluppati, dove la legislazione ambientale è poco restrittiva o addirittura inesistente, è risultata però, in generale, non corretta. Da uno studio condotto sulle multinazionali statunitensi, è risultato infatti che il fattore "costi ambientali" non risulta essere un fattore prevalente nella scelta della localizzazione degli impianti produttivi di tali imprese; il fattore-chiave è dato, invece dal mix che determina il costo di produzione per il quale, normalmente, risulta essenziale il costo del lavoro.
La letteratura specifica dà grande rilevanza al problema dei cosiddetti 'double standards'; con questo termine si indica il fatto che le imprese multinazionali occidentali operanti nei PVS tendono a conformarsi alla normativa ambientale locale, impiegando processi produttivi e prodotti il cui utilizzo sarebbe limitato o addirittura proibito dalla legislazione ambientale del paese di origine. Vi è, d'altra parte, un generale accordo sul fatto che le piccole e medie imprese locali tendono ad avere un comportamento ambientale peggiore delle imprese multinazionali operanti negli stessi settori. Questo fenomeno potrebbe essere dovuto al fatto che le multinazionali, oltre ad essere detentrici delle tecnologie più avanzate, sono in generale soggette ad un più stretto controllo pubblico e sono impegnate in un maggiore rispetto dell'ambiente per motivi di immagine. In generale, l'impatto ambientale complessivo delle attività produttive delle piccole e medie imprese locali risulterebbe così essere più severo di quello delle multinazionali.

3.1 Sulle barriere al trasferimento e all'adozione di tecnologie sostenibili nei PVS.

Al di là di questi aspetti di delocalizzazione è importante capire ed analizzare le principali barriere al trasferimento di tecnologie più pulite ai PVS. Il principale ostacolo è costituito dalla mancanza di incentivi e da ostacoli di natura economica.
Gli incentivi all'adozione ed all'impiego di tecnologie più pulite hanno possibilità di successo quando l'impresa che le adotti possa attendersi dei profitti dal loro utilizzo. Esistono casi rilevanti in cui nuove tecnologie di processo sviluppate (anche) a fini ambientali nei paesi industrializzati sono sia ecologicamente sia economicamente più efficienti: esse consentono una riduzione delle emissioni inquinanti e nello stesso tempo riducono l'intensità d'uso di energia e materie prime per unità di prodotto. Spesso, però, per i PVS questo non costituisce un motivo sufficiente alla loro adozione: infatti, in molti di essi, i prezzi di importanti input produttivi sono tenuti artificialmente bassi per effetto di sussidi governativi (spesso sul prezzo dell'energia o delle materie prime).
Un'ulteriore mancanza di incentivo alla sostituzione è costituito dal fatto che, in molti PVS, i prezzi di importanti prodotti finali sono controllati dal governo (per esempio i prezzi del cemento, dei fertilizzanti, dei pesticidi, e di altri prodotti chimici). Questo scoraggia il recupero dei materiali e impedisce la diversificazione produttiva, rendendo il sistema impermeabile a quelle modifiche di processo e di prodotto che costituiscono il motore delle moderne economie.
Una severa barriera economica alla diffusione di tecnologie più pulite nei PVS è costituita dai costi di acquisizione e di gestione di tali tecnologie, costi che in alcuni casi risultano molto elevati, soprattutto in conseguenza di elevate royalties sui brevetti.
Un secondo ordine di barriere importante deriva da ostacoli di tipo istituzionale. L'adozione di tecnologie più pulite può in qualche misura essere favorito da politiche ambientali restrittive, che impongono tasse sulle emissioni, tasse per lo smaltimento dei rifiuti industriali e multe elevate per la non osservanza di standards ambientali. Nella maggior parte dei PVS manca però una politica ambientale che incentivi una gestione ecologicamente più efficiente delle tecnologie esistenti e l'eventuale adozione di tecnologie più pulite. Dove una normativa in materia ambientale esiste, essa è scarsamente implementata: il personale incaricato è quasi sempre insufficiente in numero, ha una preparazione professionale inadeguata, non dispone di mezzi tecnici sufficienti, è sotto pagato e quindi molto debole, di fatto, nell'azione di controllo.
Un terzo ordine di barriere istituzionali è dato dalla protezione dei diritti di proprietà intellettuale: i brevetti. Questa non risulta essere uno dei maggiori ostacoli alla diffusione di tecnologie più pulite ai PVS, poiché la maggior parte delle tecnologie necessarie per uno sviluppo industriale ecologicamente sostenibile non è coperta da brevetti o da altri diritti di proprietà. Esistono comunque importanti casi, in cui tecnologie che consentirebbero di ridurre l'impatto ambientale negativo delle attività produttive sono protette da diritti di proprietà. In alcuni PVS (per esempio nel Sud-Est asiatico), la proprietà brevettuale non viene protetta. Conseguentemente, le imprese dei paesi industrializzati sono riluttanti a trasferire nuove tecnologie e danno la precedenza al trasferimento di tecnologie meno recenti sulle quali i brevetti sono scaduti o stanno per scadere.
Un quarto ordine di barriere è di tipo tecnico. L'informazione sulle alternative tecnologiche disponibili e sul loro impatto ambientale è molto spesso scarsa, se non inesistente. Ciò rappresenta una delle maggiori barriere all'adozione di tecnologie pulite soprattutto per le piccole e medie imprese locali. Inoltre, la scarsa diffusione di informazioni sull'impatto ambientale delle tecnologie esistenti ha molte volte consentito il trasferimento di tecnologie di processo o di prodotto che erano soggette a severe restrizioni o che erano addirittura state bandite dalla legislazione del paese trasferente da parte di multinazionali occidentali alle loro sussidiarie nei PVS.
Non vanno infine trascurate le barriere strutturali. La mancanza di competenze e di capacità professionali adeguate sia a livello manageriale sia di manodopera ha differenti implicazioni:
a) Non garantisce che le tecnologie trasferite verranno gestite in modo tecnologicamente corretto ed economicamente efficiente. Ciò disincentiva il trasferimento di tecnologie pulite ma complesse e sofisticate ai PVS. La letteratura abbonda di casi in cui impianti industriali sofisticati trasferiti nei PVS hanno provocato danni all'ambiente e alla salute dell'uomo in conseguenza di una incapace ed inefficiente gestione e di casi in cui impianti trasferiti nei PVS e inglobanti tecnologie environmental friendly sono stati in breve tempo abbandonati per carenza di personale capace di gestirli e di effettuarne la manutenzione.
b) E' alla base della gestione e della manutenzione spesso inefficiente delle tecnologie già impiantate e operanti nei PVS. Ciò costituisce uno dei fattori principali di inquinamento ambientale e uso eccessivo delle risorse naturali nei PVS.
c) Determina infine una scarsa capacità di valutazione degli effetti e delle implicazioni ambientali e delle soluzioni tecnologiche alternative unita ad una mancanza di adattamento delle tecnologie ai bisogni locali.

3.2 Alcune implicazioni di politica economica

Le implicazioni di politica economica e di trasferimento che possono trarsi da quanto appena descritto riguardano sia i paesi trasferenti sia quelli riceventi. Al fine di consentire un trasferimento di tecnologie meno inquinanti, i paesi trasferenti possono mettere a punto dei meccanismi di finanziamento per rendere tali tecnologie economicamente accessibili ai PVS.
Esempi già operativi di finanziamento hanno preso la forma dei fondi multilaterali sul tipo della Global Environmental Facility o del fondo internazionale creato nell'ambito del Protocollo di Montreal. Nel primo caso sono stati stanziati 1,5 miliardi di dollari da utilizzare nell'arco di tre anni per il finanziamento di progetti nazionali e internazionali con effetti positivi sull'ambiente globale (riduzione delle emissioni di gas serra, protezione della fascia di ozono, protezione della biodiversità).

Il fondo del Protocollo di Montreal è stato invece creato per assistere finanziariamente i PVS nell'acquisizione di tecnologie sostitutive dei CFC. Diversi e per certi versi più interessanti sono i metodi di finanziamento allo studio che fanno riferimento all'utilizzo di parte del gettito fiscale che deriverebbe da una carbon tax internazionale per finanziare trasferimenti di tecnologie. Va infine segnalata la possibilità di ricorso a schemi di conversione del debito come i debt-for-nature swaps, per finanziare nuovi progetti che prevedono la applicazione di tecnologie più pulite (impianti e tecniche di depurazione a valle, cambiamenti nei processi produttivi a fini ambientali, ecc). E' importante che i paesi industrializzati, qualunque sia il metodo di finanziamento scelto, promuovano trasferimenti non solo di hardware (impianti, tecnologie, componenti) ma anche, e soprattutto, di software (conoscenze relative alla gestione, manutenzione, training, marketing, modalità di finanziamento di progetti, ecc.). Non va infine trascurata la possibilità di un processo di cooperazione tecnologica internazionale. Tale processo potrebbe essere avviato tramite la creazione di joint- ventures nei campi più svariati (diffusione delle informazioni, consulenza, programmi di formazione).

Per quanto riguarda i paesi riceventi, il disincentivo più evidente pare essere quello, già ricordato, dei sussidi sull'energia e sui prezzi di input produttivi. In genere dunque gli ostacoli da rimuovere in questi paesi vanno ricercati in quelle barriere che tutt'ora sussistono e che abbiamo già indicato.

Il problema del trasferimento delle tecnologie è divenuto di centrale importanza negli ultimi anni. L'analisi non può però prescindere da un dilemma centrale: esiste da una parte il problema dell'industrializzazione di nuove aree che giustamente aspirano ad un futuro migliore e per le quali i costi ambientali sono, di fatto, di secondaria importanza. Le economie del Nord del mondo possono e devono intervenire in questo processo seguendo due strade: favorire da un lato uno sviluppo meno inquinante dei PVS (a causa della natura globale di taluni fattori di stress ambientali) e proporre dall'altro sistemi di crescita diversi rispetto a quelli sperimentati in Occidente. In altri termini è difficile pensare ad uno sviluppo di una industria automobilistica, di modello occidentale, in nazioni come la Cina o l'India, senza prevedere le conseguenze negative che tale iniziativa potrebbe avere sul livello di inquinamento complessivo.



[1] Gene Grossman, Pollution and Growth: what do we know?, in Ian Goldin e Alan Winters (a cura di), The Economics of Sustainable Development, Cambridge University Press, 1995

[2] Richard Baldwind, Does sustainability requires growth, in Ian Goldin e Alan Winters (a cura di), The Economics of Sustainable Development, Cambridge University Press, 1995


Aggiornamento dicembre 2002

Pagine a cura di:
Rodolfo Helg e Piero Cavaleri
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