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Istituto di economia |
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Economia internazionale
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Giorgio Basevi, Giacomo Calzolari, Gianmarco Ottaviano
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Indice Bibliografia Link utili
Regionalismo e globalizzazione
La formazione di aree di aggregazione economica e politica fra paesi - siano esse in campo “reale” o in quello monetario - sembrerebbe in contraddizione con i processi di globalizzazione dell’economia mondiale, nei quali i mercati dei prodotti, dei servizi, dei fattori produttivi, nonché le possibilità di stabilimento delle imprese, sembrano eludere o travalicare gli ostacoli posti dalla natura (costi di trasporto), dalle politiche economiche (dazi, contingentamenti, ecc.) e dalle istituzioni governative (divieti, regolamentazioni, ecc.).
In realtà, la regionalizzazione dei rapporti economici mondiali è il risultato sia di forze economiche, che interagiscono con i processi di globalizzazione, sia di forze politiche, con le quali si cerca di gestire o di orientare le relazioni economiche internazionali, anche al fine di riaffermare la sovranità nazionale, o quella di gruppi di paesi, a fronte dei processi di globalizzazione.
Multilateralismo, bilateralismo, plurilateralismo
Nel testo sono illustrate le principali caratteristiche e conseguenze degli accordi commerciali preferenziali - in inglese Preferential Trade Agreements (PTA), o Regional Trade Agreements (RTA). Essi rientrano nella categoria più ampia delle aree di integrazione economico-politica. Queste si distinguono per il livello di approfondimento della loro integrazione. Come spiegato nel testo, si hanno quindi, in ordine di integrazione progressivamente crescente, le aree di libero scambio, le unioni doganali, i mercati comuni, le unioni economiche e monetarie, che possono preludere all'integrazione politica.
Il commercio internazionale è sempre stato caratterizzato da processi di integrazione non omogenea. La “clausola della nazione più favorita” (MFNC, nelle iniziali inglesi) - clausola introdotta negli accordi G.A.T.T. incorporati dalla Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC o, in inglese, WTO)- dovrebbe evitare che tale tendenza conduca alla disgregazione del tessuto multilaterale degli scambi internazionali. Tuttavia, è prevista una eccezione a tale clausola, costituita appunto dal caso di accordi commerciali preferenziali.
Il fondamento logico del multilateralismo, e quindi della MFNC, non è, secondo la teoria economica, del tutto evidente (si veda, in proposito, Steiger (1995)). Tradizionalmente, esso è inteso come metodo procedurale per facilitare le negoziazioni commerciali e quindi liberalizzare completamente il commercio mondiale. Accordi bilaterali, pur se individualmente più facili da negoziare, richiederebbero un numero esorbitante di casi per coprire tutte le relazioni fra paesi. Quindi, invece di raggiungere la meta del libero scambio generalizzato essi rischierebbero di allontanarsene. Accordi fra blocchi di paesi (plurilateralismo) potrebbero invece essere strategicamente più efficienti anche per arrivare a tale meta.
Le dimensioni del fenomeno
Il diffondersi dei PTA ha raggiunto un ritmo impressionante. Dal 1948 al 1994 il G.A.T.T. aveva ricevuto notifica di 124 PTA. Successivamente, dopo la creazione della OMC nel 1995, ne sono stati dichiarati più di altri 100. Tale evoluzione può essere evidenziata graficamente.
I PTA possono essere divisi per tipo di accordo e loro stato di avanzamento nel grado di integrazione cui mirano. Dati interessanti sono in proposito disponbili nelle tabelle pubblicate in rete dalla OMC.
Dal punto di vista della teoria economica, in particolare di quella dello sviluppo economico, è anche interessante considerare PTA fra paesi sviluppati (PTA del tipo “Nord-nord”), PTA fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo (“Nord-sud”) e PTA fra paesi in via di sviluppo (“Sud-sud”). I PTA del tipo “Nord-Sud” sono per lo più asimettrici per il grado interno di liberalizzazione, nel senso che, per lo più, i paesi membri sviluppati concedono preferenza alle importazioni provenienti dai paesi partners in via di sviluppo, senza richiedere uguale preferenza per le proprie esportazioni verso di loro (per un esempio, si vedano gli accordi fra l'Unione Europea e alcuni paesi in via di sviluppo, in particolare le ex-colonie europee raggruppate negli accordi UE-ACP: Unione Europea, paesi dell'Africa, dei Caraibi, del Pacifico) .
I principali PTA sono attualmente l'Unione Europea, il NAFTA, il Mercosur, l'ASEAN. È opportuno considerare i principali elementi economici che caratterizzano le dimensioni di tali accordi di integrazione.
Il diffondersi dei PTA: ostacolo o difesa dell’approccio multilaterale?
A fronte del diffondersi dei PTA, del loro incrociarsi, dell’instaurarsi di accordi fra i PTA (ad esempio fra l’UE e il Mercosur), o di accordi fra PTA e singoli paesi (ad esempio dell’UE con il Messico, il Cile ecc), si sta diffondendo l’impressione che tale processo sia ormai fuori controllo, almeno da parte dell’organismo preposto alla difesa dell’approccio multilaterale e della tendenza al libero scambio. Si starebbe diffondendo un sostanziale, anche se non formale, abbandono del multilateralismo, cioè dell'OMC. Alcuni economisti si riferiscono al fenomeno con il termine di "piatto di spaghetti", per sottolineare la difficoltà di ritrovare un percorso lineare da seguire, soprattutto in vista della riapertura dei negoziati nell’ambito della OMC, dopo la conferenza di Doha del novembre 2001.
1. La prima questione sul tappeto è, naturalmente, se i PTA siano preferibili al libero scambio. Tale questione si pone separatamente (a) per i partecipanti ad un dato PTA, (b) per i paesi esclusi da quel dato PTA, (c) per il mondo nel suo complesso.
Sul punto (a) la teoria delle unioni doganali, sviluppata nel contesto della teoria delle situazioni sub-ottimali, conclude che la risposta è essenzialmente empirica. A questo proposito, occorre distinguere gli effetti di allocazione, quelli di accumulazione, quelli di localizzazione. Tali effetti sono discussi, ad esempio, in Baldwin e Venables (1995).
Sui primi, in un contesto statico, occorre considerare gli effetti di creazione di commercio (trade creation, positiva per il benessere economico), rispetto a quelli di deviazione di commercio (trade deviation, negativa per il benessere economico). Sugli altri effetti si veda l'ulteriore approfondimento.
Sui punti (b) e (c) la conclusione ortodossa, ampliamente illustrata nel testo, è che il libero scambio generalizzato sia preferibile allo scambio ristretto, bilateralmente o multilateralmente. Quindi, anche se eventualmente un PTA fosse benefico per i paesi ad esso partecipanti, non potrebbe che essere dannoso per i paesi da esso esclusi. Poiché in ogni caso un PTA costituirebbe un allontanamento dall’efficienza paretiana, la perdita per i secondi non potrebbe essere compensata mediante trasferimento, anche solo teorico, ad essi da parte dei primi; quindi i PTA sarebbero dannosi per il mondo nel suo complesso.
2. La seconda questione sul tappeto non considera in modo alternativo libero-scambio e PTA. Da questo punto di vista, si possono considerare diversi problemi.
Un primo problema è se –supponendo che il libero scambio sia di fatto difficilmente raggiungibile per tutto l’insieme dei paesi, e trovandoci quindi storicamente sempre in situazioni sub-ottimali- un mondo diviso in PTA sia preferibile ad un mondo in cui ciascun paese introduce individualmente, sebbene multilateralmente, propri ostacoli al libero commercio internazionale.
Un secondo problema è di natura geo-politica, più che economica. Supponiamo che gli PTA siano effettivamente accettabili solo in quanto, con il tempo, essi conducano alla formazione di veri e propri mercati comuni, se non di unioni politiche - come sembra essere stato lo spirito iniziale della deroga prevista dall’articolo XXIV del G.A.T.T. Questa sembra la ragione d’essere dell’Unione Europea, almeno per coloro che hanno una visione fortemente politica della sua creazione ed evoluzione. Più difficilmente si potrebbe sostenere una visione politica nei casi del NAFTA, del MERCOSUR e dell'ASEAN.
Allora la formazione di PTA fortemente integrati, come quelli degli esempi appena fatti, non sarebbe sostanzialmente diversa dai processi storici di formazione di nuove entità statali. E la questione che si pone è se la riduzione del numero dei giocatori (dei paesi) mediante il processo di loro aggregazione sopra indicato, conduca più facilmente al libero scambio fra paesi (o “paesi aggregati”), che non una situazione più disgregata fra un ampio numero di paesi. In altre parole, il problema del libero scambio verrebbe posto non a livello di “paesi”, ma di blocchi di paesi.
Un terzo problema, non molto diverso dal secondo, è alla base dell’interessante dibattito che negli ultimi anni si è sviluppato fra gli economisti. Essi si sono divisi fra coloro che ritengono che il diffondersi degli PTA impedisca il perseguimento del libero scambio per la via maestra del multilateralismo, e quelli che invece sostengono che tale diffusione sia la strada più rapida, anche se tortuosa, per raggiungere lo stesso multilateralismo ed il perseguimento del libero scambio.
Il principale rapprentante della prima posizione è Bhagwati (1998), mentre fra i numerosi proponenti della seconda posizione vi sono in particolare Ethier (1998) e Baldwin (1999).
I termini con i quali le due posizioni sono riassunte nella letteratura, indicano alternativamente nei PTA degli “stumbling blocks” (pietre in cui si inciampa) sul cammino del - o degli “stepping stones” (pietre su cui si cammina) verso il- libero scambio.
Una posizione leggermente diversa è quella di chi sostiene che, efficienti o no per il raggiungimento del libero scambio, i PTA pongano in essere una reazione che gradualmente li allarga, come nel caso dell’Unione Europea (allargamento dell'UE a dieci nuovi membri) e forse del NAFTA (progetto di un'area di libero scambio estesa a tutto il continente americano, la FTAA). È l’ipotesi che si generi un "effetto domino". Resta comunque aperta, anche in questo caso, la questione se - scartando l’improbabile situazione in cui l’effetto domino sia inarrestabile e quindi emerga alla fine una sola PTA, cioè si arrivi al libero scambio mondiale- un mondo diviso in un numero relativamente ristretto di PTA sia più o meno incline a convergere al libero scambio generalizzato. In altre parole, si ritorna sostanzialmente alle due posizioni contrapposte nel terzo problema, a seconda della risposta che si tende a dare a tale quesito.
Un’altra interessante questione, è quella che - scontando implicitamente che la formazione di PTA non sia un processo dinamico che converga al libero scambio fra singoli paesi, e che quindi sia opportuno esaminarla dal punto di vista dell'equilibrio statico- pone il problema su quale sia il numero probabile di PTA nel mondo.
Infine, è facile notare, in particolare con riferimento a questa ultima indicazione di sviluppo teorico, come la teoria degli PTA si avvicini alla teoria della geografia economica applicata al commercio internazionale. Entrambe infatti si interessano della formazione di aree di aggregazione economica, piuttosto basata su elementi politico-economici la prima, piuttosto basata su elementi geo-economici la seconda.