Data: 28/07/2002
Testata: IL SOLE 24 ORE Giorno: Domenica
Inserto: DOMENICA
ECONOMIA E SOCIETA'
Un Nobel che sbaglia
Al Fondo del male con Stiglitz
Non una riflessione seria sulla globalizzazione
ma un attacco manicheo e male argomentato al Fmi
Riccardo Faini
- di Riccardo Faini
É proprio vero che nella società americana è diffusa una tendenza al manicheismo,
a distinguere e personalizzare con tratti netti e inequivocabili il bene
e soprattutto il male (l'Impero del Male, Saddam Hussein)? O si tratta
invece di un ennesimo stereotipo? Il libro di Stiglitz, Globalization
and its discontents conferma che gli stereotipi contengono, quasi sempre,
un elemento di verità. Il libro che, nel titolo, si propone di analizzare
i problemi della globalizzazione di fatto ne attribuisce senza sfumature
tutte i mali e tutte le storture a un unico supremo colpevole: il Fondo
Monetario Internazionale.
Sarebbe stato necessario un avviso in copertina, un po' come si usa sui
pacchetti di sigarette: <Avviso al lettore. Malgrado il titolo, questo
volume non tratta dei temi della globalizzazione, ma contiene un attacco
personale e pervicace al Fmi>. Molti lettori avrebbero forse saggiamente
rinunciato all'acquisto di quella che è una filippica, o forse solo uno
sfogo personale, di un economista di grandissimo valore che però, pur
essendo stato chiamato a svolgere un ruolo di tutto rilievo sia nell'amministrazione
americana sia nelle istituzioni internazionali, non riuscì mai, al contrario
di altri suoi colleghi come Larry Summers e Stan Fischer, a influire come
avrebbe voluto sulle scelte di politica economica.
Vi è molto di buono in questo libro. Anzitutto il riconoscimento che la
globalizzazione è un processo che ha sottratto alla povertà e all'indigenza
centinaia di milioni di persone, un fatto che sembra ripetutamente sfuggire
a molti dei critici, anche nostrani, pronti peraltro a sprecarsi in citazioni
di Stiglitz. In secondo luogo, il riproporre tutta una serie di temi vitali
sul funzionamento del mercato dei capitali internazionali e il ruolo delle
organizzazioni internazionali. Ma su tutto ciò il libro ha poco o nulla
da aggiungere rispetto al dibattito in corso nell'accademia e nelle istituzioni.
Nel libro di Stiglitz vi è però anche molto di sbagliato o, peggio, di
fuorviante. Gli economisti sono spesso accusati di essere tormentati dai
dubbi, di usare la propria testa, direbbe Brecht, soprattutto per scuoterla.
Non è certo il caso del nostro autore, incapace di dubitare delle proprie
tesi e di sottoporle a un'analisi rigorosa. Inoltre molte sono le dimenticanze.
Nel ripercorrere la storia delle crisi valutarie dal 1997 a oggi, Stiglitz
sembra scordarsi che i paesi dell'Asia che hanno seguito i consigli del
Fmi hanno registrato una ripresa senza precedenti per intensità e rapidità
dalla recessione del 1997. Lo stesso accade in Brasile, nel 1999. L'autore
sembra anche dimenticare che l'economia russa era soprattutto afflitta
da gravissimi squilibri di natura fiscale e che fu la mancata soluzione
ai problemi di bilancio che precipitò la crisi del 1998.
Ci sono poi le contraddizioni. Per citarne solo una: come è possibile
lamentarsi delle inaccettabili intrusioni del Fondo nelle scelte di politica
economica dei singoli paesi e poi accusarlo di trascurare temi, tipicamente
macroeconomici, come la riforma agraria? Infine, le ricette di politica
economica. É qui soprattutto che il volume di Stiglitz mostra la corda.
Ma andiamo con ordine. Le politiche macroeconomiche. Secondo Stiglitz,
il Fondo sbaglia nel richiedere ai paesi in crisi di perseguire politiche
macroeconomiche di contenimento della domanda aggregata. Facendo così,
secondo lui, si aggraverebbe la crisi e la si esporterebbe ad altri paesi.
Ma è proprio così? Un paese esposto a una crisi di bilancia dei pagamenti
dovrebbe abbracciare senza esitazioni politiche fiscali e monetarie di
segno espansivo? Cosa sarebbe successo in Italia nel 1992 se Stiglitz
fosse stato ministro del Tesoro?
Le politiche strutturali. Secondo Stiglitz, le politiche di liberalizzazione
del commercio con l'estero e di integrazione nell'economia mondiale sono
foriere di benessere, ma solo se adottate in una seconda fase dopo che
il paese ha creato un settore industriale solido e competitivo. Ragionevole?
No. La ricetta protezionistica di Stiglitz ha prodotto pochi successi,
peraltro difficilmente replicabili, e troppi disastri in tantissimi paesi,
sotto forma di interi settori la cui sopravvivenza era legata esclusivamente
a livelli stratosferici di protezione, per potere essere impunemente riproposta.
Dispiace rilevare che anche nei migliori economisti, persino in un premio
Nobel, riemergono passioni, forse mai sopite, per il mercantilismo. Stiglitz
afferma senza alcuna remora che la crescita economica scaturisce dai posti
di lavoro creati dalle esportazioni e non dalle importazioni che distruggono
invece occupazione. Se l'Italia avesse sciaguratamente seguito i consigli
di Stiglitz forse ci staremmo ancora interrogando sui vantaggi di partecipare
al processo di integrazione europea.
Qualche anno fa, Dani Rodrik, anche lui un critico della globalizzazione,
espose in un agile volume molte delle sue perplessità corroborandole con
un'analisi rigorosa e scientifica. Il voluminoso libro di Stiglitz, quasi
300 pagine, verrà invece ricordato semplicemente come uno sfogo, privo
di solidi riferimenti empirici, intriso di contraddizioni, che trova la
sua peggiore espressione nell'attacco personale e calunnioso agli altri
protagonisti di quel pezzo di storia. Riferendosi a Stan Fischer, da poco
diventato vice presidente di Citigroup, Stiglitz si domanda se Fischer
<non sia stato generosamente ricompensato per avere fedelmente eseguito
gli ordini di Wall Street> mentre era al Fondo. Un attacco vile e infamante,
nei confronti di una persona nota per la sua assoluta integrità e che
ha sempre cercato di rispondere ai critici del Fondo, incluso lo stesso
Stiglitz, in maniera pacata e argomentata. Rimane, come suggerisce Rogoff,
l'opportunità di un "beau geste" da parte di Stiglitz, vale a dire di
ritirare prontamente il suo volume dalle librerie di tutto il mondo e
riproporlo ai lettori solo dopo avere espunto questa calunnia. Ma, forse,
è chiedere troppo a una persona che sembra avere cancellato la parola
dubbio dal proprio vocabolario.
Joseph E. Stiglitz, <Globalization and its discontents>, W.W. Norton
Company, Washington DC 2002, $ 24.95.
Foto
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Joseph E. Stiglitz